La Nuova Sardegna

Il conto salato della guerra sulle tasche - IL COMMENTO

di LUCA DEIDDA
Il conto salato della guerra sulle tasche - IL COMMENTO

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Le conseguenze economiche della guerra. Può sembrare fuori luogo parlarne, distogliendo lo sguardo dall’orrore della morte. Ma non lo è. Perché non ragionare sugli effetti economici del conflitto e non fare i conti col fatto che tali conseguenze dipendono anche dal nostro comportamento individuale e dalle istanze a cui diamo voce, può significare ulteriori sofferenze altrimenti evitabili.  

Intanto, chiariamo l’ovvio: le conseguenze saranno negative. Serve farlo perché c’è chi si rallegra del segno più per l’export sardo legato all’aumento di valore dei prodotti derivati da combustibili fossili raffinati a Sarroch e dintorni. Quel più che si tradurrà probabilmente in maggiori profitti per i gruppi proprietari di quelle produzioni non compenserà la perdita che subiranno i sardi. Qualcuno da questa guerra ci guadagnerà, ma il segno sarà complessivamente negativo. Quali le cause? È palese è che la guerra comporta una significativa crescita dei prezzi. A partire da quelli delle materie fonte di energia, combustibili fossili, gas (oltre i 60$ per milione di Btu, da meno di 40 a inizio anno) petrolio (oltre 120$ al barile, + 40$ da inizio anno), per continuare con l’energia elettrica e materie prime tra cui metalli e prodotti agricoli.

Quest’aumento dei prezzi è un effetto mondiale; perché i mercati nazionali di questi prodotti sono interconnessi e di fatto formano un unico mercato mondiale. L’inflazione è alimentata dall’incertezza sulla disponibilità di queste materie prime, dovuta al fatto che produttori di rilievo mondiale sono direttamente coinvolti nel conflitto e quindi soggetti al gioco di sanzioni reciproche e alla distruzione della propria capacità di produrre. E dall’incertezza sulla domanda futura. L’inflazione erode il potere d’acquisto delle famiglie, con effetti negativi sulla domanda di beni e servizi. Ma rischia anche di avere un impatto negativo sull’offerta, considerato che l’inatteso aumento dei costi impatterà su tutte le imprese. E in alcuni Paesi potrebbe addirittura fuori mercato molte imprese; specie in economie come la nostra in cui spesso e volentieri le piccole e medie imprese non sono particolarmente produttive e sono quindi più fragili e non hanno sviluppato sistemi di gestione del rischio capaci di fornire una assicurazione efficace contro questo tipo di eventi.

Altrettanto palese è che l’incertezza scoraggia gli investimenti, perché le attese sul rendimento di tali investimenti diminuisce e perché aumenta il rischio e con esso il costo del capitale. All’orizzonte si profila dunque la stagflazione. Una crescita dei prezzi associata ad una frenata della crescita del Pil per effetto della contrazione, in termini relativi, dell’offerta. Economist Intelligence Unit (Eiu) stima a livello mondiale un effetto inflazionistico del 6% per quest’anno e una riduzione del 0,5% della crescita del Pil. In Europa l’effetto stimato da Eiu è pure peggio, da una crescita del Pil pari a 3,9% in assenza di conflitto, al 2%. Stime da prendere con le pinze, e da rivedere e in base all’evoluzione del confitto.

Di gran lunga peggiori ovviamente le stime per Russia e Ucraina. Effetti indotti anche dalla nostra scelta (Nato, Ue) di sanzionare la Russia. Di questo abbiamo essere consci, assumendoci le responsabilità del caso. Non ci sono pasti gratis. Se siamo contro l’invasione russa dell’Ucraina dobbiamo essere disposti a pagare il prezzo; sobbarcandoci l’onere del maggior costo dei carburanti, per esempio. Come i nostri nonni e bisnonni si sono accollati il prezzo, pagandolo con la propria vita o quella dei propri cari, delle guerre combattute per la libertà o per il sogno imperialista dell’Italia fascista.

Non possiamo semplicemente invocare sussidi generalizzati (che peraltro finirebbero per aumentare la dinamica inflazionistica) da finanziare con maggior debito. Se davvero crediamo nei valori della nostra democrazia, noi adulti di oggi, dobbiamo stringere la cinghia e sussidiarci mutualmente tra di noi senza scaricare il barile sui giovani di domani. Dopodiché, a bocce ferme, avrà senso interrogarsi sulle politiche strutturali utili a implementare un meccanismo assicurativo sostenibile (senza buffi) che scatti automaticamente con tipo di shock. E c’è un’altra cosa su cui Ue e Nato dovrebbero già interrogarsi.

Le conseguenze economiche della pace. La storia della prima guerra mondiale insegna, come scrisse J. M. Keynes. Per ricostruire l’Ucraina, e recuperare la Russia. Interrogativi a cui si può rispondere solo comportandosi da adulti lungimiranti, e non da assistiti. Ma finora, né la pandemia né questa guerra ci hanno fatto diventare lungimiranti; piuttosto se possibile sembra ci abbiano reso ancora più opportunisti.


 

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