Cuccureddu: «Il calcio è passione e rispetto insegno questo ai bambini»

Il 72enne ex campione della Juve, una vita nel pallone: «Adesso i calciatori sono dei divi, io sono stato e sarò sempre uno normale»

INVIATO AD ALGHERO. Viene incontro sorridendo, seguito dalla sua gattina e dal cane Kiko, un bellissimo pastore tedesco che si lascia accarezzare. Maglia a girocollo nera, jeans, scarpe da tennis bianche. È una bella giornata di sole. Antonello Cuccureddu sta sistemando le ultime cose nel centro sportivo che gestisce a Maria Pia. Nel pomeriggio arrivano i suoi ragazzi per la lezione di calcio. Ci fa accomodare in una sala tappezzata di fotografie che immortalano la sua carriera da calciatore. Tante magliette bianconere di ieri e di oggi. Quella della sua prima volta in azzurro la custodisce come una reliquia. L'ex campione della Juventus, 72 anni, ha lo stesso entusiasmo di oltre sessanta anni fa.

Gli inizi. «Devo tutto a mio padre Pino – racconta Cuccureddu –. Mi ha insegnato che se hai passione, volontà, spirito di adattamento e sai sacrificarti, puoi concretizzare i sogni. Ho cominciato per strada con gli amichetti. Giocavamo in via Vittorio Veneto e a Sant'Agostino. I nostri allenamenti li facevamo tra i palazzi». Ricordando suo padre gli occhi diventano lucidi. «Era altruista ma anche severo se serviva. Io da piccolo pensavo di essere il fenomeno del gruppo. Un giorno ridevo di un ragazzo che col pallone non ci sapeva proprio fare. Mio padre mi ha ripreso in modo così deciso che non mi sono più permesso. Lui lavorava nel mondo della scuola, era bidello e con i bambini aveva a che fare tutti i giorni. In famiglia eravamo in cinque, tre maschi e due donne. Il calcio a casa mia era quasi una religione».

La famiglia. Per Antonello è sacra. Anche questo lo ha imparato da suo padre. «Ho conosciuto mia moglie a Torino, al ristorante da Ilio dove andavamo sempre a mangiare con alcuni compagni di squadra. Il titolare era juventino. Ho visto Ivana seduta ad un tavolo vicino al nostro. Ero titubante ma ho preso coraggio e mi sono avvicinato. Mi hanno riconosciuto e da lì è partito tutto. Ivana faceva la fotomodella, bellissima, sono stato fortunato». Cuccureddu ha due figli, Luca (gestisce insieme a lui l'impianto sportivo) e Antonella, dipendente di un'agenzia immobiliare. La sua passione sono le nipotine, Desirèe e Alessandra, che spesso accompagna e va a prendere a scuola. «I miei amori. Con loro mi sciolgo, non finirei mai di coccolarle». Sua moglie Ivana non è una appassionata di calcio. «Forse è venuta una sola volta allo stadio – racconta l'ex campione bianconero –, ma quando trasmettevano le partite in televisione e giocavo io, le guardava. Forse – dice ridendo – non volevo un altro allenatore a casa».

L’esordio e il successo. La prima gioia quando era ancora minorenne con la vittoria del campionato di Seconda categoria col Fertilia. Poi l'esperienza alla Torres che lo acquista per 2 milioni di lire e il passaggio al Brescia che spende 30 milioni per il suo cartellino. «Col Brescia ho vinto il campionato di serie B. La stagione dopo prima partita di Coppa Italia a Torino contro la Juventus. Il pensiero di dover giocare contro i miei idoli non mi ha fatto dormire quella notte. Avevo tutte le loro figurine: Anzolin Castano, Bercellino, Del Sol. C'era anche Bebo Leonardi, che poi ha allenato la Torres. Nel sottopassaggio che portava al campo li guardavo ammirato, vederli dal vivo è stata un'emozione forte. Il tecnico Silvestri mi disse che dovevo marcare Del Sol, non gli feci toccare palla». Poi il buio per qualche settimana. «A Brescia non giocavo e non andavo nemmeno in panchina. Io sardo, testa dura, parlavo poco, ma mi allenavo al massimo. Ho preso coraggio e chiesto spiegazioni a un dirigente che si metteva a ridere, stessa cosa faceva mister mister Silvestri. Io non capivo. Alla fine mi hanno detto che c'era una trattativa con la Juventus, se avessi giocato non potevo essere ceduto. Non ho dormito per giorni».

I ricordi. La Juventus non è stata solo scuola di sport ma anche di vita. Antonello Cuccureddu ricorda così il primo giorno a Torino. «Sono arrivato allo stadio con la mia Cinquecento. La squadra aveva appena finito l'allenamento. Mi hanno accompagnato negli spogliatoi, ero in imbarazzo. Poi sono andato in sede, il presidente Boniperti è stato gentilissimo e mi ha fatto il terzo grado. Poi ha messo il contratto sul tavolo dicendomi: “firma lì”. Cifre? Le decideva lui. Nel 1969 guadagnavo circa 200 mila lire a mese, cifra che saliva con i premi». C'è un episodio che al calciatore algherese è rimasto impresso nella memoria: «Dopo aver vinto un derby col Torino, sono uscito dallo stadio come tante altre volte. Si avvicina questa ragazza, pensavo fosse una nostra tifosa, invece mi dà un ceffone, sono rimasto di stucco. Era una tifosa granata, voleva punirmi perchè avevo segnato». Il calcio è gioia: «Il Mondiale in Argentina è stata un’esperienza indimenticabile». Ma anche dolore: «Nel 1978 lì c'era un clima di terrore, la gente aveva paura dei militari. Noi stessi uscivamo poco, stavamo sempre in ritiro, era pericoloso allontanarsi. Ma L'amarezza più grande che ho provato è stata la sconfitta con 'Ajax nella finale di Coppa Campioni Belgrado. Io e Haller in panchina. La scelta di non farmi giocare mi pesa ancora».

Ieri e oggi. «Il mondo del calcio attuale non mi piace, è tutto ovattato. Non ci sono sentimenti, c'è poco rispetto in campo per l'avversario e per l'arbitro. Certi comportamenti quando giocavo io non erano pensabili. E le società, se sbagliavi, ti punivano. Adesso si assiste a cose da censura e i dirigenti fanno peggio, difendono l'indifendibile. Ai miei tempi era tutto più familiare, avevamo il contatto con i tifosi durante la settimana e anche dopo le partite. Adesso i calciatori sono divi. Io sono stato e sarò sempre uno normale».

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