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La ministra Marta Cartabia: "Ci sono 24 milioni per la Giustizia sarda"

Sassari, riparte il progetto “cittadella giudiziaria a San Sebastiano”


24 giugno 2022 Daniela Scano


SASSARI. I milioni del Pnrr per l’edilizia giudiziaria e penitenziaria, il rilancio del progetto della cittadella giudiziaria nell’ex carcere sassarese di San Sebastiano, l’importanza della giustizia riparativa di cui ieri ha aperto il congresso internazionale a Sassari. Nella sua prima intervista, tutta su temi sardi, dopo l’approvazione della riforma che porta il suo nome, la ministra della Giustizia Marta Cartabia racconta il futuro dell’isola.

Ministra Cartabia, venendo a Sassari e in Sardegna lei dimostra grande attenzione per la città e per l’isola. L’ultimo ministro della Giustizia in visita in città è stato Oliviero Diliberto, circa 20 anni fa. La sua presenza alla cerimonia di apertura della conferenza mondiale sulla giustizia riparativa è un gesto di cortesia istituzionale nei confronti degli organizzatori oppure è anche un invito alle persone offese e agli autori di reato a sforzarsi di cercare comunque una soluzione condivisa, con l’assistenza di un mediatore imparziale?
"Considero la giustizia riparativa il segmento più innovativo della riforma del processo penale approvata l’anno scorso. Poggia su esempi concreti, dai risultati straordinari in Italia e nel mondo. Proprio in Sardegna, a Tempio Pausania, un percorso di giustizia riparativa ha permesso di ricomporre le divisioni che si erano aperte all’interno della comunità intorno alla costruzione di un carcere. È molto significativo che sia avvenuto proprio intorno ad un carcere".

Spesso la gente non apprezza il valore della giustizia riparativa, forse perché non ne capisce il significato oppure perché non è stato spiegato.
«Si comprende fino in fondo la portata della giustizia riparativa dopo aver ascoltato testimonianze di vittime e autori di reato: vale per ogni tipo di crimine, dai più piccoli ai più gravi. Al Ministero, mentre lavoriamo per dare sempre più risposte alle domande rivolte alla giustizia penale, abbiamo introdotto anche quest’altro percorso, lungo, faticoso, necessariamente volontario e complementare al primo. Presto ci saranno i decreti delegati per la riforma del processo penale. Occorre sempre una parola di giustizia, che riconosca fatti e responsabilità e da allora in poi può iniziare un’altra storia, tanto per gli autori dei reati, come per le vittime. La giustizia riparativa può rappresentare quella risposta in più e vale per ogni reato».

Ministra Cartabia, un tempo la frase «ti mando in Sardegna» era considerata una minaccia da un pubblico dipendente che lavorava nella penisola. Un luogo comune molto sgradevole per i sardi. Resta il fatto che, ancora oggi, i tribunali dell’isola, soprattutto quelli delle zone interne, soffrono perché appena possono i magistrati chiedono il trasferimento. Si tratta spesso di giovani che vanno altrove a “spendere” le competenze maturate durante il primo incarico nell’isola.
«Il frequente turn over rappresenta la principale criticità sia per le carceri sarde, come mi hanno confermato nella visita nell’istituto di Sassari che ho attraversato insieme anche al capo Dap, Carlo Renoldi; sia per gli uffici giudiziari. Una criticità condivisa con non poche realtà del Mezzogiorno e delle isole, come emerso con chiarezza dal lavoro della Commissione interministeriale istituita insieme alla ministra del Sud, Mara Carfagna, che ha realizzato un’accurata fotografia delle difficoltà, come dei tanti punti di forza dei Tribunali di quest’area del Paese destinataria del 40% dei fondi del Pnrr.

Possibile che non ci sia una soluzione?
«Per cominciare a dare risposte concrete e mettere gli uffici giudiziari nelle migliori condizioni possibili per assolvere al loro alto compito, è stata istituita una cabina di regia per dare attuazione alle proposte della commissione. Tra le strade in valutazione, la possibilità di rivedere la mappa delle sedi disagiate, incentivi di varia natura e ipotesi di applicazioni di magistrati anche da remoto, per quanto possibile. Una giustizia che funziona bene può essere motore di sviluppo dell’intero territorio, essere uno dei fattori di attrazione di investimenti e in questa direzione sto lavorando. Tutte le ulteriori specifiche esigenze degli uffici giudiziari della Sardegna potranno essere ancora meglio illustrate nel corso delle ispezioni ordinarie previste verso fine anno, proprio perché il Ministero possa assolvere a pieno al suo compito di servizio agli uffici giudiziari».

E nel breve periodo cosa accadrà?
«Sono convinta che al più presto gli uffici giudiziari sardi, come quelli di tutt’Italia, potranno godere anche dei benefici dell’immissione delle energie dei giovani giuristi assunti con l’Ufficio per il processo. Per il distretto di Cagliari-Sassari sono 248: in tutta Italia, questa prima tranche di assunzioni sono state 8.170. Nell’ultima inaugurazione dell’anno giudiziario, il Procuratore generale di Cagliari ha parlato di “cauto ottimismo”. Confido che nel tempo quell’ottimismo possa avere solide ragioni per crescere».

Oggi a Cagliari, lei incontra i vertici degli uffici giudiziari e anche proprio i giovani che da febbraio fanno parte dell’Ufficio per il processo, una delle principali novità introdotte dal Pnrr. Ci sono altri interventi, stabiliti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza che possono incidere sullo stato di salute della giustizia sarda? L’isola patisce più di altre regioni le distanze – che diventano siderali per le condizioni delle strade – tra cittadini e centri dell’amministrazione giudiziaria...
«Soprattutto in contesti come questo, un enorme beneficio nel ridurre le distanze e migliorare il servizio arriverà dal completamento del processo di transizione digitale in atto. Non sono cambiamenti immediati, ma ci stiamo investendo tutte le energie possibili. Il Pnrr rappresenta un’occasione straordinaria, per consegnare alle nuove generazioni un Paese più moderno. Poi per quanto di competenza del mio dicastero, posso citare i concorsi che si stanno svolgendo in questi giorni per l’assunzione di 5.410 tra tecnici, statistici, informatici . E sul fronte dell’edilizia giudiziaria sarda, rientrano nei finanziamenti Pnrr due interventi di manutenzione straordinaria a Cagliari per oltre 11 milioni di euro. Investimenti che si vanno ad aggiungere a quelli ordinari già stanziati».

Crede che il principio della insularità, di recente riconosciuto dal Parlamento Europeo con una risoluzione definita “storica”, possa essere d’aiuto anche nei palazzi di giustizia sardi?
«Per ora posso solo dire che seguo il dibattito in corso nelle sedi internazionali, come in quelle parlamentari italiane».

Ritornando all’edilizia giudiziaria, a Sassari l’ex carcere di San Sebastiano, nel centro della città, diventerà finalmente il cuore di una tanto e a lungo auspicata cittadella giudiziaria? E con quali tempi?
«È uno dei temi di queste giornate in Sardegna e ho avuto occasione di parlarne anche con il presidente della Commissione giustizia della Camera, Mario Perantoni. Negli ultimi 4 anni, dalla sottoscrizione dell’accordo con enti locali e Agenzia del demanio per la riconversione dell’ex carcere, ci sono stati dei rallentamenti. Al momento, il Ministero ha avviato la procedura di gara per l’affidamento del servizio di progettazione per lo studio di fattibilità ai fini della riqualificazione e il prossimo 8 luglio il direttore generale del ministero della Giustizia delegato all’edilizia giudiziaria, Massimo Orlando, si incontrerà con il direttore dei servizi al patrimonio del demanio e con il presidente della sezione distaccata della Corte d’appello, per verificare sul campo lo stato di avanzamento. Condivido in pieno le riflessioni di quanti considerano questo un intervento strategico. Lo è davvero per più aspetti: quello economico, perché permetterebbe l’abbattimento delle spese di locazione, e per il messaggio che darebbe alla comunità la riqualificazione di un edificio storico, che torna a nuova vita quale simbolo di una giustizia, più vicina ai bisogni dei cittadini».

Quel carcere è stato “aperto” l’ultima volta per girare le scene del film “Aria ferma” con Toni Servillo e Silvio Orlando che lei ha presentato in anteprima nel carcere di Rebibbia.
«Un film che fin dal titolo ha il pregio di saper bene descrivere le delicate dinamiche e i complessi equilibri di un luogo di comunità quale è il carcere. Le condizioni di disagio si riflettono tanto su chi lavora – a cominciare dalla polizia penitenziaria, tutti gli operatori, i medici che ho incontrato anche a Sassari – quanto sui detenuti. Quel film ha mostrato in modo efficace e coinvolgente questo volto del carcere, come emerso anche nel dialogo quella sera a Rebibbia tra gli attori, bravissimi, e i protagonisti reali della vita in quell’istituto».

Nella sua visita nell’isola ha dedicato una tappa importante al centro “La collina” di don Ettore Cannavera che si occupa di ragazzi entrati nel circuito penale. Un impegno che le sta particolarmente a cuore. Il suo ministero come sta affrontando il tema del recupero dei giovani e del loro reinserimento nella società come cittadini consapevoli e rispettosi delle regole?
«Avevo conosciuto don Cannavera in un incontro al Ministero: gli avevo promesso una visita, andrò per incontrare i suoi ragazzi. Il recupero dei giovani che commettono reati è una delle sfide principali per la giustizia. In ogni istituto penale minorile, si cerca di individuare per ogni ragazzo la strada più consona alle sue attitudini, per offrirgli un’alternativa di vita. Intensifichiamo le occasioni di formazione professionale e l’offerta di percorsi culturali, con l’obiettivo di di accendere una luce in loro. L’ho visto visitando, nel carcere minorile Beccaria di Milano, il laboratorio di pittura o quello informatico. Cerchiamo di coinvolgere negli istituti penali minorili aziende che possano garantire ai ragazzi un’occupazione anche al termine del percorso penale. E’ però decisivo anche accompagnare queste iniziative con percorsi che aiutino i nostri giovani a riflettere su se stessi e a recuperare quell’autostima che spesso perdono con lo stigma della condanna. E in questo, grandi benefici arrivano dal teatro in carcere, che li fa sentire liberi di esprimersi. Incontrare nel proprio percorso una comunità come quella di don Cannavera può fare la differenza. Per me, visitarla sarà di sicuro un’occasione di arricchimento.

Insieme al ministro per l’Innovazione tecnologica, Vittorio Colao, firmerà nel corso della sua visita sarda il programma “Lavoro carcerario” che vedrà i detenuti impegnati in attività nel settore delle telecomunicazioni. La scelta dell’isola per il varo di questo progetto è causale oppure è un messaggio che la Sardegna può diventare laboratorio di recupero?
«La scelta della Sardegna nasce dal convergere di due fattori: l’inaugurazione di un nuovo laboratorio nel carcere di Cagliari per il ricondizionamento dei modem di una delle società coinvolte in questo grande progetto e la precisa volontà di rivolgere l’attenzione verso contesti troppo spesso lasciati alla periferia del dibattito pubblico. Insieme al ministro Colao, abbiamo voluto firmare un memorandum dall’interno degli istituti penitenziari – io a Cagliari, lui a Torino per i due macro ambiti del progetto – perché bisogna sempre aver visto, prima di parlare di carcere: aver visto la sofferenza, ma anche aver visto le tante energie in moto e l’importanza per i detenuti di un’occasione di lavoro. In questo laboratorio, i detenuti imparano a riparare le tecnologie e un po’ anche le loro vite, gettando un ponte con l’esterno. Perché il carcere non è un’isola rispetto al resto della città, è parte della comunità, è parte del Paese».

Carcere è anche comunità, luogo di vita quotidiano che più è dignitoso più può fare la differenza anche nel percorso di recupero delle persone. Ci sono in programma interventi per migliorare l’edilizia penitenziaria nell’isola?
«È senza dubbio così: la qualità degli spazi, come la qualità del tempo trascorso in carcere fa la differenza nei percorsi di recupero. Per questo, ho voluto che gli 8 nuovi padiglioni previsti dal Pnrr, insieme a nuovi posti, assicurassero anche luoghi per il trattamento, luoghi cioè dedicati alle attività necessarie perché la pena assolva davvero alla sua funzione costituzionale di reinserimento sociale.

Per gli istituti della Sardegna, sono già previsti complessivamente 7 interventi per quasi 13milioni di euro, tra opere di adeguamento, ristrutturazione e realizzazione di nuovi fabbricati in più istituti.

Importanti benefici poi confido che arriveranno dall’attuazione della riforma del processo penale, che introduce – tra l’altro – le sanzioni sostitutive delle pene detentive brevi, evitando così l’assaggio del carcere per tanti, che potranno scontare in altro modo la loro condanna, con benefici per tutti».

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