La Nuova Sardegna

La storia

Ai raggi X la battaglia di Osposidda: ecco il podcast

Ai raggi X la battaglia di Osposidda: ecco il podcast

Realizzato dal giornalista Enrico Carta, e ascoltabile sul sito della Nuova, ricostruisce i fatti risalenti agli anni Ottanta

12 settembre 2023
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Oristano, 10 agosto 1984. Osposidda, 18 gennaio 1985. Sono due luoghi e due date entrati nella lunga storia della lotta tra Stato centrale e criminalità sarda. Sono due luoghi e due date che furono teatro di vicende che catturarono per mesi l’attenzione pubblica e che, a distanza di anni, suscitano ancora opinioni e letture contrastanti su quei fatti che conobbero il loro inizio nella terra che fu dei giudici di Arborea e che videro il loro epilogo in Barbagia, in una lingua di bosco e macchia mediterranea tra i Comuni di Orgosolo e Oliena. Assieme alla storia, di cui il tenente Giulio Bechi fu protagonista nel 1899 e che raccontò l’anno successivo nel suo libro “Caccia grossa”, quella che andiamo raccontarvi nel podcast originale prodotto dalla Nuova Sardegna per Sae Sardegna ripercorre una delle vicende più cruente della storia del banditismo isolano. Quella che si concluse con il conflitto a fuoco, che poi fu rinominato la “Battaglia di Osposidda” per la quantità di munizioni che furono sparate, per la durata dello scontro tra forze dell’ordine e latitanti e per il numero di morti, è probabilmente l’ultimo capitolo di una pagina plurisecolare di contrasti tra il potere centrale e la Sardegna dell’interno, quella impenetrabile, popolata anche da malviventi che spesso godevano della protezione delle comunità locali, che mai avevano gradito del tutto l’invadenza dello Stato nelle questioni che regolavano la vita di tutti i giorni.

Il podcast (CLICCA QUI PER ASCOLTARLO) è frutto del lavoro di memoria, di ricerca e di scrittura del giornalista Enrico Carta, aiutato dai ricordi fondamentali del generale dei carabinieri Nicola Maiorano che all’epoca era capitano e comandante per l’Arma della Compagnia di Nuoro e che quindi visse in prima persona quei momenti drammatici. Il lavoro ripercorre le vicende di cinque mesi offrendo, oltre alla narrazione della cronaca di quei giorni tra l’estate del 1984 e l’inverno del 1985, anche uno spaccato di storia e di società sarda. L’epilogo della vicenda, con quattro latitanti e un poliziotto uccisi nel conflitto a fuoco del 18 gennaio 1985, è la parte più nota. Lo è per il grande spargimento di sangue, ma anche per le polemiche che scaturirono al termine dello scontro rese poi immortali dalle strofe della famosissima canzone di Piero Marras che porta proprio il titolo di Osposidda. Ciò che, invece, si era in parte perso era tutta la storia che precedette quella tragica conclusione. Ebbene, quella storia inizia proprio a Oristano il 10 agosto del 1984. Dal carcere di piazza Manno, secoli prima reggia dei signori di Arborea e poi trasformata in patria galera dai Savoia, evadono in maniera rocambolesca, come raccontato nel podcast, quattro detenuti. Sono anni in cui la piaga dei sequestri di persona sembra non avere fine. Si passa da un rapimento all’altro con un’escalation che si vive proprio nel ventennio tra gli anni ’70 ed ’80 del secolo scorso. Con quell’evasione di cui furono protagonisti Tonino Soru, Francesco Carta, Nicolò Floris e Salvatore Fais, alla lunga schiera di ricercati – nella Sardegna di allora era ancora possibile vivere da latitanti soprattutto nelle zone dell’interno – se ne aggiungono altri quattro. In quei mesi di vita da ombre nascoste, ogni volta che c’è un episodio di criminalità, spesso si fantastica e al gruppetto vengono addebitati dalle chiacchiere anche reati commessi da altre persone, tra cui alcuni sequestri di persona. Due degli evasi saranno poi protagonisti a Osposidda, dove il 18 gennaio 1985 inizia lo scontro a fuoco. A generarlo era stato il rapimento dell’imprenditore di Oliena, Tonino Caggiari, avvenuto il giorno prima. In quell’episodio sono coinvolti, tra gli altri, anche due degli evasi di qualche mese prima a Oristano, Nicolò Floris e Salvatore Fais che passò alle cronache dell’epoca con il nomignolo di Speedy Gonzales. Entrambi morirono al termine dello scontro armato con le forze dell’ordine assieme agli altri latitanti Giuseppe Mesina e Giovanni Corraine. Non furono i soli. Il destino tragico toccò anche a Vincenzo Marongiu, agente di polizia di Mogoro che quel giorno stava dall’altra parte della barricata, quella della legge.

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