La Nuova Sardegna

L'intervista

La vittoria in Coppa Davis è nelle corde di Pierpaolo Melis

di Roberto Sanna

	Jambo Melis con Musetti e Sinner
Jambo Melis con Musetti e Sinner

È lui che ha preparato le racchette degli azzurri nella finale di Malaga

28 novembre 2023
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Sassari Nelle giornate magiche di Malaga c’era anche lui. Dietro le quinte a mettere a punto gli strumenti e poi in prima fila a incitare gli artisti che domenica hanno mandato in scena una sinfonia che il tennis, e tutto lo sport italiano, aspettavano dal 1976: la Coppa Davis. Pierpaolo “Jambo” Melis, cagliaritano, dal 2014 è l’incordatore ufficiale della Fitp e segue all’interno del team le due nazionali nelle sfide di Coppa Davis e Billie Jean King. Domenica mattina ha finito di preparare le racchette di Matteo Arnaldi e Jannik Sinner («perché i giocatori preferiscono usarle “calde”, appena fatte»), poi ha dato ad Arnaldi quella giusta per vincere. «Erano uguali ma quando mi ha chiesto quale fosse la migliore ne ho preso una e gli ho detto: inizia con questa, sono sicuro che vincerai» ha raccontato su Facebook.

Avete capito, sul momento, la portata dell’impresa che avete compiuto?

«Onestamente no. Eravamo lontano, ci siamo comunque resi conto che in Italia tutta una nazione stava facendo il tifo per noi. Abbiamo cominciato a realizzarlo nelle ore successive. La vittoria di un team, per me è stato qualcosa di indescrivibile farne parte e poter dire di avere dato un mio contributo. Era anche perché era un obiettivo sul quale la Federazione puntava da tempo. Forse è arrivato anche prima del previsto ma sono situazioni imprevedibili, devono coincidere tante cose: dalla salute fisica, a quello che poi succede in campo».

Quando avete cominciato a crederci?

«Ci sono stati, a un certo punto, una serie di segnali positivi che si sono allineati. Nel girone di qualificazione eravamo quasi fuori, abbiamo perso col Canada e col Cile Sonego aveva un match-point contro; invece è riuscito a uscirne e ci siamo qualificati col doppio. E poi la semifinale contro la Serbia, con Sinner che ha ribaltato tre match-point consecutivi contro Djokovic, una roba che non si era mai vista. Insomma, dopo tutto questo abbiamo cominciato a pensare che era il nostro momento. Siamo strafelici, è la vittoria di un progetto che parte da lontano perché la Federazione ha investito molto sui giovani e sul costruire un team che si coccola questi ragazzi».

E il suo ruolo qual è in questo contesto?

«In un team chi sta dietro le quinte va oltre le sue specifiche competenze. Bisogna anche saper fare gruppo, ridere, scherzare, tenere allegro l’ambiente Tenete conto che un tennista sta da solo per tutta la stagione e quando si trova a vivere una gara a squadre è contento di vivere in questo ambiente. È un bellissimo gruppo, sono cresciuti insieme e si cercano anche fuori dal campo. Sono dei bravissimi ragazzi, molto gentili e disponibili e vorrei che venisse evidenziato».

L’incordatore ha delle responsabilità?

«La racchetta è una compagna inseparabile per un tennista. Il primo giorno si fanno i test in campo, si controllano il fondo e le palline, e una volta raggiunti gli equilibri ti chiedono di non cambiare. Devi essere professionale e fare in modo che si fidino di te. E parliamo molto, come dicevo prima si va oltre il campo, i ragazzi ti confidano sensazioni ed emozioni e bisogna essere bravi a sostenerli specie se sono un po’ giù».

Tutti hanno la curiosità di sapere se le racchette dei campioni hanno qualche segreto particolare.

«Giocano con racchette “customizzate”, con accorgimento specifici per loro. Però non c’è chissà quale segreto: Sinner, per esempio, utilizza una racchetta da 328 grammi, come tante di serie, col manico 2, quindi sottile soprattutto per uno che ha mani grandi come le sue. Però usa un piatto durissimo, vuole le corde tirate a 28 kg. E di solito le cambiano quando c’è il cambio delle palline».

Sinner è anche il personaggio del momento.

«Conosco Jannik da anni, da quando venne a giocare un torneo a Pula e sono contento che stia raggiungendo questi traguardi. Li merita tutti, è un giocatore pazzesco e soprattutto un ragazzo semplice, umile. La sua etica, e lo notavamo proprio a Malaga, è opposta a quella di Djokovic. Sono due fenomeni ma il serbo è una primadonna, molto autoritario, comanda il team a bacchetta. Jannik è tutto l’opposto, uno come lui dobbiamo tenercelo stretto».


 

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