La Nuova Sardegna

Una città e le sue storie
Una città e le sue storie – Olbia

La città che cambia e cresce riscopre l’olbiesità nei riti: «C’è forte bisogno di identità e di sentirsi una comunità»

di Paolo Ardovino
La città che cambia e cresce riscopre l’olbiesità nei riti: «C’è forte bisogno di identità e di sentirsi una comunità»

Parla monsignor Sebastiano Sanguinetti, vescovo emerito che ora vive di fronte alla basilica di San Simplicio

30 novembre 2023
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Le radici sono nascoste. Sono sempre lì, ben salde, ma per vederle occorre volerlo. Storicamente, non è Olbia la città religiosa della Gallura. Non è centro di richiamo per i fedeli. Però, è attraverso la devozione, quella fatta di piccoli culti del Cristianesimo tramandati per (tante) generazioni, che la città ha modellato una sua identità. D’altronde, si può mettere in discussione tutto, ma non San Simplicio. Attorno alla figura del santo diventato martire sotto Diocleziano nel 304 vive una forte componente popolaresca. Tra un paio di mesi, per l’anniversario numero 1720, si entrerà nell’anno “simpliciano”. Poi c’è una città che cresce, che si allarga e si modernizza, e le sue radici che emergono sono le chiese in pietra dove ancora almeno una volta l’anno si riuniscono grandi folle. Le chiese campestri di San Vittore, Santa Lucia, Santa Mariedda, Spirito Santo, Cabu Abbas con le loro feste sono l’essenza dell’olbiesità. Non si parla affatto di una mera cerchia di fedeli. Si parla di baluardi del senso di comunità terranoese in una Olbia che oggi è collage di provenienze e individualità disparate.

Di come si è mantenuta viva e com’è cambiata la devozione in città ne dà conto monsignor Sebastiano Sanguinetti, oggi vescovo emerito ma vescovo della Diocesi di Tempio-Ampurias per un ventennio, dal 2006 fino allo scorso luglio, quando monsignor Roberto Fornaciari ha preso il suo posto e lui ha preso residenza stabile proprio a Olbia. La finestra del salotto si affaccia sul sagrato della basilica di San Simplicio. Pavimento a scacchi, scaffali colmi di libri, Sanguinetti ricorda il «Progetto città di Olbia» al suo arrivo. La città nei primi anni duemila si stava scrollando di dosso l’appellativo di cittadina. Viveva una condizione di dualismo. La fede in un certo senso popolare, che si muoveva nelle feste campestri, nei riti sacri, era dilagante. Le parrocchie, però, sulla carta erano pochissime.

«Sono qui da diciassette anni – esordisce il vescovo emerito – e da subito ho capito che per la sua conformazione e per il suo sviluppo era una realtà da seguire con grande attenzione». È proprio questo che intende quando dice che Olbia è una città «cresciuta senza che se ne rendesse conto». Diventato vescovo, «aveva appena quattro parrocchie con sei sacerdoti. Io venivo da realtà locali differenti, in Anglona, dove su poco più di ventimila abitanti c’erano ben diciassette sacerdoti», sorride. Qui invece, l’ultima parrocchia era stata istituita negli anni ’60 e «così nacque il “progetto città di Olbia” per ridisegnare la mappa della presenza della Chiesa». Che fino ad allora si limitava per lo più al centro, con le panche della basilica e della chiesa di San Paolo sempre piene. «Sulla base dello sviluppo demografico e urbanistico di Olbia – racconta monsignor Sebastiano Sanguinetti – è cresciuta l’idea di cinque nuove parrocchie».

Quella di San Michele, nel quartiere di nuova costruzione di Tannaule, vicino all’ospedale Giovanni Paolo II e a una nascente scuola; San Ponziano, divenuta fulcro del quartiere di Poltu Cuadu; Sant’Ignazio, in zona Sa Minda Noa, durante la permanenza dei primi frati cappuccini in città; Santa Maria del mare a Pittulongu; «più la parrocchia di San Nicola che però al momento rimane unita a San Simplicio». Oggi a Olbia ci sono diciotto sacerdoti e sette diaconi. La costruzione di luoghi fisici ecclesiastici in questi anni ha contribuito a mantenere e coinvolgere in maniera capillare il bacino di vecchie generazioni e nuove cresciute nel solco delle tradizioni religiose. E anche per creare luoghi di aggregazione in un contesto di espansione, quello degli ultimissimi decenni, che ancora di più ha visto mischiarsi gli usi e le celebrazioni (le radici, appunto) olbiesi con quelle di persone venute da altri paesi della Sardegna, da altre regioni d’Italia o da altri Paesi. «Olbia è sempre stata molto accogliente e disponibile al dialogo», non a caso da poco, a proposito di luoghi religiosi come riferimenti comunitari, sono state costruite nel territorio alcune strutture rivolte ad altre confessioni. Quello che forse è il principale filosofo della contemporaneità, Byung-Chul Han, in una sua recente pubblicazione parla di «scomparsa dei riti». Le masse vive fino al ’900 sono state sostituite da sciami di individualità. Questo perché vengono a mancare dei riti, dei simboli, che forniscano delle esperienze comunitarie. La devozione, in questo senso, fornisce invece ancora un serbatoio variegato. «C’è questa sorta di zoccolo duro, di patrimonio culturale e storico che anche la nuova Olbia e i nuovi olbiesi vogliono conoscere e conservare», secondo Sanguinetti questo risponde a un «bisogno di identità e di sentirsi comunità» che la città mostra.

«Per alcuni tratti, pensandoci, ha le caratteristiche del piccolo borgo mentre per altri aspetti è una grande città, con tutte le contraddizioni e lo smarrimento dato dai grandi centri». Le sue radici, la Olbia di oggi, le ritrova nella ripetizione di gestualità, parole e riti come quelli della settimana santa, nel cuore del centro storico nella chiesa di San Paolo, con S’Iscravamentu e la processione di S’Incontru, la festa per Nostra signora di Cabu Abbas a maggio, le lunghe tavolate in campagna. L’accensione del Fogarone in onore di Sant’Antonio a gennaio. Ma ci sono anche i riti purtroppo sbiaditi, come la processione per San Giovanni e la Madonna del mare con le statue adagiate su un battello nel golfo e una grande frittura, ogni 24 giugno. Era la festa dei pescatori di Sa Rughe. Oggi c’è il moderno lungomare. Poi, su tutti, il 15 maggio e tutta la settimana di festeggiamenti sacri e profani per il patrono della città, San Simplicio. La festa grande, che va al di là di ogni parrocchia, generazione e credo. Per un motivo o per un altro, richiama migliaia di persone. E le celebrazioni in suo onore non sono certo in crisi, anzi, negli ultimi anni si sta vivendo una vera e propria riscoperta e la partecipazione sta crescendo fino a coinvolgere in varie forme tutta l’isola.

«Prima Olbia la vedevo dall’alto, ora – dice Sanguinetti dal suo salotto, indicando la finestra che dà sulla strada e sul sagrato – la vedo nella quotidianità. E mi rendo conto di aspetti positivi ma anche di forte richiesta di rimettere al centro alcune necessità». Il senso di comunità lo si riscopre nei momenti di bisogno: «Olbia ha rischiato di concentrarsi solo sulla sua crescita, ma c’è una fascia di povertà straordinaria e che chiede aiuto». La comunità la si riscopre negli eventi negativi. Alcuni giorni fa Sanguinetti ha celebrato la messa in ricordo delle vittime olbiesi del ciclone Cleopatra del 2013: «La circostanza dell’alluvione ci ha fatto rendere conto, con la caritas, con l’attività di tutti i volontari, di situazioni di emarginazione che nel silenzio molte famiglie vivevano e vivono. Ho visto immagini che non mi dimenticherò mai e il forte richiamo del tempo che passa, degli anniversari, ci suggerisce di doverci sempre essere, l’uno con l’altro».

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