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Il commento

Il caso dei militari israeliani nell’isola, Pileri: «Spesso non sappiamo le nazionalità di chi arriva»

di Massimo Sechi
Il caso dei militari israeliani nell’isola, Pileri: «Spesso non sappiamo le nazionalità di chi arriva»

Sulla vicenda di Santa Teresa interviene il presidente della Federazione italiana associazioni imprese viaggi e turismo

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Sassari «Non ci si può girare dall’altra parte davanti a quello che sta succedendo a Gaza, ma è chiaro che noi facciamo un lavoro e non possiamo rinunciare a richieste che arrivano dai tour operator».

Gian Mario Pileri, presidente nazionale di Fiavet, la Federazione italiana associazioni imprese viaggi e turismo, interviene sulla vicenda che ha acceso il dibattito a Santa Teresa di Gallura, dove l’arrivo di un gruppo di israeliani in vacanza ha sollevato proteste e interrogazioni parlamentari, legate alla possibilità che si possa trattare di militari.

La sua posizione prende in considerazione due piani che in questo caso non possono incontrarsi facilmente: da un lato la consapevolezza del contesto geopolitico, dall’altro la natura imprenditoriale del comparto turistico. «Io non posso entrare nella dimensione socio-politica della questione – spiega –. Se ricevessi una richiesta da un’agenzia israeliana per un gruppo, come è capitato due anni fa con un matrimonio da 500 persone in Sardegna, cosa dovrei fare? Rifiutare? Il nostro è un lavoro stagionale, che dura pochi mesi, e ogni operazione significa indotto per alberghi, tour operator, lavoratori».

Pileri sottolinea anche un altro aspetto che non può essere sottovalutato. «Non so cosa sia successo nel caso specifico È evidente che, in caso si trattasse di militari le problematiche sarebbero diverse: guardie armate, presidi di sicurezza, proteste. Se io fossi stato albergatore e mi avessero chiesto di ospitare cento militari, ci avrei pensato, non tanto per motivi politici, quanto per una questione prettamente commerciale. Ti ritrovi con tutti gli altri clienti che non gradiscono, con tensioni e rischi di contestazioni».

Il presidente regionale della Fiavet ricorda che, spesso, gli operatori non sono messi nelle condizioni di sapere chi arriverà, neanche la nazionalità. «Nella maggior parte dei casi la richiesta è per 50 o 100 camere e nessuno specifica se siano militari, sportivi o qualsiasi altro gruppo».

Il tema tocca anche il futuro delle relazioni commerciali che in decisioni di questo tipo ha un peso importante. «Dire di no a un tour operator israeliano significa perdere un cliente non solo oggi, ma forse per sempre. E questo ha ripercussioni economiche importanti. È un equilibrio difficile: da un lato la sensibilità politica e sociale, dall’altro la sopravvivenza di imprese che vivono di turismo». Un paragone arriva anche dall’estero dove situazioni simili capitano spesso: «In Thailandia – racconta Pileri – vado spesso in vacanza e lì è pieno di militari russi in congedo temporaneo. È uno dei pochi Paesi che li accetta, insieme alla Turchia. E nessuno si scandalizza. Cosa dovrebbero fare gli albergatori, rifiutare centinaia di camere prenotate»? La conclusione di Gian Mario Pileri resta sospesa tra il pragmatismo e la prudenza. «Se davvero si trattava di militari, allora sì, sarebbe stato meglio rinunciare: non tanto per ideologia, ma perché in un villaggio con clienti normali rischi di rovinare la stagione. Ma se si è trattato di una normale richiesta da parte di un tour operator israeliano, allora non vedo come ci si potesse comportare in modo diverso. La verità è che il turismo non può farsi carico di conflitti internazionali che altri dovrebbero gestire».

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