«È un maniaco pervertito»: il post (poi rimosso) di una donna che accusa Emanuele Ragnedda
Femminicidio di Cinzia Pinna, messaggio choc su Fb: «Non c’è una di noi che non abbia mai subito molestie, anche via social»
Palau La donna del mistero si muove come un’ombra. Non molla mai la presa sul boccone Emanuele Ragnedda, che nel nome del diavolo organizza a casa sua feste e festini a base di sesso, droga e pistole. Una dama nera che si muove sempre con lui, vigila, consiglia, risolve problemi, soprattutto prova a ricucire gli strappi di follia del suo protetto, capace persino di uccidere. Una che ovunque e comunque ci mette una pezza. Sicuramente è più grande di lui, forse è la fidanzata, comunque una sodale, custode dei segreti inconfessabili dell’imprenditore che ha confessato di aver ammazzato Cinzia Pinna dopo una notte di follia, tra l’11 e il 12 settembre, nella tenuta di Conca Entosa. Un colpo di pistola, poi l’abisso.
Sulle tracce
I carabinieri del reparto territoriale di Olbia, al comando del tenente colonnello Nicola Pilia, che conducono le indagini coordinate dal procuratore di Tempio Gregorio Capasso, sono sulle sue tracce: potrebbero averla già sentita o si apprestano a farlo nelle prossime ore. Perché è una che dell’uccisione della ragazza 33enne di Castelsardo potrebbe sapere tanto, forse tutto. È una possibile svolta nell’inchiesta, che procede soprattutto sulle tracce di un tentativo di violenza sessuale finito nel sangue e che conduce a cercare gli eventuali complici. Chi c’era quella notte maledetta nella tenuta di Conca Entosa e chi ha aiutato il giorno dopo a spicciare casa? E ancora, chi ha accompagnato Emanuele Ragnedda in un negozio di mobili di Arzachena ad acquistare un nuovo divano da mettere in casa al posto di quello macchiato di sangue? Infine, chi è quella donna sempre presente ai tavoli di bar e ristoranti frequentati da Ragnedda, ad Arzachena, a Palau, a San Pantaleo oppure in spiaggia a Pittulongu? Quando era già indagato e sentiva il fiato dei carabinieri sul collo, lei manifestava timore e raccomandava prudenza, lui ostentava potere e spavalderia. «Se io sono qui, libero, vuol dire che non possono farmi nulla».
Le feste
Chissà se la donna misteriosa è anche al corrente delle feste hard organizzate da Emanuele Ragnedda nella tenuta di Conca Entosa. Del sistema demoniaco impiegato per convocare i raduni ogni volta che aveva voglia. Nel regno del Male, terra di nessuno, la trappola correva sul filo dei social, l’imprenditore arzachenese adescava le sue vittime con post e messaggi hard accompagnati da inviti a visitare la tenuta di Conca Entosa. Come un ragno malefico, tesseva la sua tela un post dopo l’altro, sino a quando nella piazza virtuale di Facebook sono apparsi i primi appelli e le prime denunce inquietanti. Giovani donne che dicono basta mettendo in guardia sulla minaccia incombente. Un chiaro segnale d’allarme, purtroppo tardivo, cioè a omicidio già consumato. Del tipo “molte di noi sapevano”, ma nessuna però ha mai denunciato niente. Chissà, se lo avesse fatto forse Cinzia Pinna oggi sarebbe ancora viva. Varrà comunque per i casi a venire, purtroppo sempre più numerosi e drammatici.
I messaggi sul web
Un post su tutti, apparso e scomparso nei giorni scorsi, nell’arco di poche ore, dalla bacheca Facebook di una ragazza residente nel Cagliaritano. Cinzia Pinna era già morta da giorni ed Emanuele Ragnedda aveva già confessato di averla uccisa con uno o più colpi di pistola sparati in fronte nello stazzo degli orrori, nelle campagne di Palau. «Ieri – è l’appello testuale pubblicato e poco dopo cancellato dalla stessa ragazza – ho ricevuto diversi messaggi inquietanti che mi dicevano che in tanti sapevano che Emanuele Ragnedda era un maniaco pervertito». Sesso e droga «Il soggetto – continua il messaggio – aveva l’abitudine di inviare foto hard corredate da inviti poco ortodossi a visitare la sua tenuta. “Vieni a godere il mio vino, o gustare...» e questo era solo l’inizio». «Insieme a chi mi ha fatto queste segnalazioni – continua il post – abbiamo deciso di divulgare tutto per allertare le donne che leggono e invitare a non subire più. Non c’è una di noi che non abbia mai subito molestie, anche via social. Ecco, io credo allora che sia il caso di segnalare questi soggetti. Una via è la polizia postale, anche se ritengo che la vera risposta possa essere quella di pubblicare i messaggi con i nomi e cognomi degli autori, forse così capiranno finalmente che anche provocare, mandare foto hard e di parti intime, non richieste e totalmente senza senso, è una molestia». «Che tutti sappiano – conclude il messaggio-appello della ragazza sulla sua bacheca Facebook– chi sono queste persone che abusano, forse così riusciremo a depotenziarle. Spesso chi è in posizioni di potere oppure possiede tanto denaro, crede di poter fare qualsiasi cosa, o magari crede che le donne si sentano lusingate dall’essere “corteggiate” in questo modo. Beh, così non è. Adesso basta».
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