Da Platamona a Putzu Idu: «Spiagge sarde a rischio: tra 24 anni spariranno»
Erosione e alluvioni, parla il geologo De Falco: «Criticità in almeno 157 litorali, è colpa dell’uomo»
Sassari Il tono di voce dello studioso rimane sempre cauto ed evita l’allarmismo. Però le proiezioni parlano chiaro anche a orecchie profane alle nozioni di geologia applicata. «Stando alle simulazioni su cosa accadrà nel 2050 e nel 2100, ci sono arretramenti significativi. Lo scenario più pessimistico arriva fino a 70, 80 metri». Gli arretramenti sono quelli delle spiagge. Anno dopo anno, cioè, il mare delle nostre coste sommerge qualche centimetro di terra e tra 24 anni comincerà una fase critica sul fronte dell’erosione costiera. Perdere settanta metri di costa significa dire addio ad alcune delle spiagge più belle ma soprattutto, nelle località a pelo d’acqua, mettere a rischio abitazioni e infrastrutture.
Addio spiagge
Il punto della situazione lo offre Gianni De Falco, geologo marino del Cnr di Oristano, che parte dalla carta. Anzi, dalla cartina: «La situazione dell’erosione costiera è fotografata da un documento pubblicato nel 2013 dalla Regione, il Piano coste, che ha analizzato spiagge e falesie». Un punto di partenza per gli studi più recenti che evidenziava già un campanello d’allarme: «Circa la metà delle spiagge, ben 157, presentano criticità. Tra queste, una parte importante presenta elevata criticità». De Falco fa un elenco con la freddezza del ricercatore, ma i nomi delle località che cita sono clamorosi. Alcune tra le spiagge più popolari, frequentate e turistiche della Sardegna. «Aree critiche abbastanza evidenti riguardano nel Cagliaritano la spiaggia di Giorgino, il Poetto, Porto Giunco a Villasimius, qui a Oristano penso a Putzu Idu e Su Pallosu, al nord Platamona». L’erosione è un processo lento, graduale, ma difficile da arrestare. «Ci sono rilievi recenti che confermano il fenomeno, come Cnr abbiamo analizzato la costa ovest da Buggerru a Is Arenas e mostra evidenti trend erosivi, l’andamento è confermato ed estenderemo l’analisi in altre aree».
Località sommerse
Altra cartina, quella del portale Idrogeo dell’Ispra (l’istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale). Con gli aggiornamenti derivati dall’infrastruttura di ricerca Geosciences Ir, implementata con fondi Pnrr che vede l’università di Cagliari partner, è possibile avere un quadro grafico aggiornato. Su tutta l’isola, le zone arancioni e rosse indicano il grado di rischio di eventi franosi, le sfumature di blu la probabilità che maltempo e inondazioni colpiscano le località. Olbia è totalmente blu – l’alluvione Cleopatra, nel 2013, lo ha spiegato tragicamente –, la zona a sud, del rio Padrongianus, rischia di finire sott’acqua del tutto (lì dove oggi ci sono aeroporto e Mater Olbia). A nord è molto critica la situazione di Cannigione e Porto Pozzo; a rischio tutta la popolazione di Valledoria, scendendo a ovest addio a S’Archittu, agli stagni di Cabras e Marceddì e all’istmo di Sant’Antioco; nel Cagliaritano, sono fortemente a rischio le aree da Capoterra – stretta nella morsa grafica tra rischio idrogeologico e rischio franoso – a Uta e Decimoputzu. Risalendo da est, dipinte di blu scuro – quindi grado di criticità alto – Muravera, Orosei e Posada. Questo stando a una proiezione che, al contrario delle previsioni, guarda al presente. Oggi come oggi, unendo l’innalzamento del mare per la crisi climatica che corre silenziosa nelle agende mediatiche e politiche al rischio idrogeologico in caso di alluvioni, ecco i risultati. Disastrosi.
Fenomeni differenti
Ci sono due fenomeni che agiscono sulle coste sarde. Uno lento, uno istantaneo. «L’erosione è una tendenza sul lungo periodo – spiega il geologo Gianni De Falco –, che non è da confondere con il normale arretramento della spiaggia dovuto al passaggio di una tempesta. In questo caso la spiaggia viene sommersa, ma nel giro di qualche mese o anno il sedimento ritorna». È il caso del ciclone Harry che a gennaio nel golfo di Baunei ha completamente cancellato le due perle Cala Goloritzè e Cala Mariolu. Niente paura, la natura fa il suo corso e con la stagione del bel tempo la spiaggia si riprenderà il suo posto. «Si grida all’erosione ma in certi casi il volume si riacquista, i problemi piuttosto arrivano sono quando la costa è irrigidita da opere antropiche». La mano dell’uomo Solita storia, i problemi maggiori li crea la mano dell’uomo: «Un argomento cruciale per i prossimi decenni», sostiene il geologo marino. Le proiezioni dicono che da qui al 2100 ma soprattutto già da qui al 2050 sono previsti arretramenti delle coste di alcune decine di metri. «La situazione che vediamo ora è dovuta principalmente all’impatto dell’attività antropica, ma sta entrando in gioco il cambiamento climatico con l’innalzamento del livello del mare». L’allarme non suona fuori dai laboratori e dai centri di ricerca perché sembra qualcosa che riguarda il domani. Ma non è così, «bisogna già ripensare la pianificazione costiera, e prendere in considerazione le ipotesi di spostamento di opere non più sostenibili».
