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Giovanni Ugas: «Gli Shardana? Guerrieri sardi protagonisti nel Mediterraneo»

di Andrea Massidda
Giovanni Ugas: «Gli Shardana? Guerrieri sardi protagonisti nel Mediterraneo»

Parla l’archeologo docente di Preistoria e Protostoria chea diretto importanti scavi nell’isola, da Su Molinu a Monte Prama, contribuendo alla ricostruzione della struttura politico-sociale dei nuragici

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C’è chi guarda un nuraghe e vede un accumulo di pietre. E c’è chi, davanti a quella stessa struttura, legge secoli di potere, guerre, commerci e migrazioni nel cuore del Mediterraneo. Giovanni Ugas appartiene a questa seconda categoria. Da oltre quarant’anni scava, studia, confronta dati e fonti per restituire alla Sardegna un ruolo tutt’altro che marginale nella storia del secondo e primo millennio avanti Cristo. Dalle domus de janas ai villaggi prenuragici, da Su Molinu alle connessioni con l’Egitto e il Vicino Oriente, il suo percorso scientifico è un viaggio dentro un’isola che non è mai stata isolata. Anzi. E in questa chiacchierata ripercorre le tappe di una ricerca che ha cambiato il modo di guardare la civiltà nuragica e il suo posto nel Mediterraneo antico.

Professor Ugas, quando è nato il suo interesse per l’archeologia?
«È nato quando ero bambino, avevo circa dieci anni. Un’insegnante mi diede l’ispirazione e mi spinse ad appassionarmi davvero. Cominciai a fare piccole ricerche nei siti già noti vicini al mio paese, Monastir. E da lì è iniziato il mio percorso».

E poi ha scelto di studiare questa materia.
«Dopo il liceo ho proseguito all’università. È stato fondamentale avere maestri importanti come Giovanni Lilliu. Mi hanno insegnato non solo le conoscenze sull’antichità sarda, ma soprattutto un metodo: non separare mai l’archeologia dalla storia e dalle fonti letterarie antiche. I dati materiali devono essere inseriti in una prospettiva storica più ampia».

Quali sono state le sue prime esperienze sul campo?
«Ho scavato le domus de janas di Pranus Espis a Pimentel e di Riu Sa Mela, a Guasila. Nel 1973 ho lavorato a Mandas. Dal 1974 al 1978 a San Sperate. Nel 1981 ho scoperto un insediamento punico a Is Argioleddas, a Samassi. Tra il 1982 e il 1984 ho scavato a Villamar e nel 1987 ho individuato il villaggio prenuragico di Pranu Sisinni, a Sardara. Ogni intervento ha contribuito a delineare un quadro più articolato della Sardegna protostorica».

Tra i suoi scavi, Su Molinu a Villanovafranca è considerato particolarmente significativo. Perché?
«Perché ha consentito nuove acquisizioni sulla nascita e sull’evoluzione dei nuraghi. A Villanovafranca abbiamo documentato diverse fasi, dal periodo proto nuragico sino alla trasformazione in luogo sacro. Tutto testimonia un cambiamento profondo nella società».

Lei si è occupato a lungo di civiltà nuragica. Che quadro emerge da quelle strutture politiche e sociali?
«Dalle ricerche emerge una società complessa. In una fase i nuraghi rappresentano anche simboli di potere. Successivamente si osserva un mutamento: i nuraghi vengono occupati dalle comunità, i villaggi si sviluppano attorno e la sala del consiglio diventa il centro della vita collettiva. È il segno di una trasformazione politica e sociale documentata dai dati archeologici».

È stato coinvolto anche nello studio dei cosiddetti Giganti di Monte Prama. Che ricordo ha di quella vicenda?
«Nel 1974 cominciarono i ritrovamenti, inizialmente frammenti individuati per caso. Con il mio maestro Giovanni Lilliu ci occupammo dell’analisi della società “aristocratica” protosarda che aveva prodotto quelle statue. Mancavano strutture adeguate e fondi per restaurare subito i materiali. Se si è tardato nell’esposizione non fu per una mancanza di volontà, ma per una carenza strutturale».

Nel suo volume dal titolo “ Shardana e Sardegna” lei attribuisce un ruolo centrale agli Shardana. Chi erano e perché a suo avviso sono così importanti?
«Gli Shardana compaiono in Egitto già nella prima metà del XV secolo a.C., al tempo di Tuthmosis III, raffigurati come “principi delle isole in mezzo al mare” e citati nei testi come guerrieri attivi nelle guarnigioni di Ugarit, Efeso e Biblo, dove svolgevano anche funzioni diplomatiche ricevendo terre da coltivare. In seguito combatterono come mercenari di Ramses II nella battaglia di Qadesh (1286 a.C.) e si stabilirono nella valle del Nilo, dove sono attestati fino all’VIII secolo avanti Cristo. Tra il 1220 e il 1180 a.C., insieme ad altri popoli marinari, contribuirono alla crisi che travolse grandi potenze come Egizi, Ittiti e regni micenei. Dotati di flotta potente, armatura leggera, spada, arco, giavellotti, scudo tondo ed elmo cornuto, erano guerrieri del mare esperti e organizzati, non semplici pirati, capaci di combattere in eserciti regolari e di insediarsi nei territori conquistati».

Lei li identifica con i sardi dell’età nuragica. Su quali basi?
«L’identificazione risale già agli studiosi dell’Ottocento. A mio avviso è sostenuta da diversi elementi: il nome, la collocazione geografica “nelle isole in mezzo al mare”, l’armamento, l’iconografia e soprattutto la cultura materiale. Tra XIII e XII secolo a.C. manufatti nuragici compaiono in Sicilia, Creta, Cipro e nel Levante. Le fonti greche e bibliche ricordano movimenti e insediamenti compatibili con questa presenza. In ogni caso, chi nega l’identificazione degli Shardana con gli antichi sardi dovrebbe indicare con chiarezza chi fossero, in alternativa».

Infatti negli ultimi anni alcuni studiosi hanno respinto questa tesi, accostandola addirittura alla “Sardegna-Atlantide” di Sergio Frau, o alle false Carte di Arborea. Lei come risponde?
«Occorre distinguere. Le Carte d’Arborea sono falsi ottocenteschi, nati con intento celebrativo o provocatorio, anche se riflettono il clima culturale dell’epoca. Diverso è il caso del libro di Sergio Frau: “Le Colonne d’Ercole” è un tentativo serio, anche se discutibile, di interpretare Platone. Personalmente ritengo che l’Atlantide platonica non coincida con la Sardegna nuragica, ma con una realtà nordafricana dell’età del Bronzo. Non si tratta di “carta straccia”, bensì di un contributo che ha stimolato il dibattito. Il confronto scientifico deve basarsi su dati e argomentazioni, non su etichette».

Qual è l’emozione più grande che le ha dato il suo lavoro?
«La scoperta. Trovare qualcosa che prima non era conosciuto è un’emozione unica. Penso alle spade tipo Sant’Iroxi nella tomba dei guerrieri di Decimoputzu: tredici spade insieme ad altri materiali che facevano pensare a una dinastia di capi».

Se dovesse riassumere il senso del suo lavoro?
«Restituire alla Sardegna il suo ruolo nel Mediterraneo del secondo e primo millennio a.C. La Sardegna non era isolata: era parte attiva di una rete di rapporti. Questo è il quadro che emerge dagli scavi e dagli studi».

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