Province, rispunta l’ipotesi dell’elezione diretta: ecco la nuova proposta presentata dal Pd
Salvatore Corrias è il primo firmatario della proposta di legge
Sassari La storia delle province in Sardegna è simile a Beautiful. Prima uccise, poi resuscitate, ma dopo anni in stato vegetativo sono pronte a riprendersi la loro vita. Il Pd, primo firmatario Salvatore Corrias, presidente della prima commissione, ha presentato una proposta di legge nazionale di rango costituzionale per ripristinare l’elezione diretta del presidente e del Consiglio provinciale. «Si tratta di integrare l’articolo 43 dello Statuto e prevedere la possibilità di disciplinare con legge regionale l’elezione diretta degli organi di governo degli enti di area vasta – spiega Corrias –. Dopo anni di limbo democratico vogliamo ridare voce agli elettori e rispondere all’esigenza di eleggere direttamente gli organi di governo degli enti di area vasta, accantonando definitivamente l’esperienza delle elezioni indirette. Per questo serve riavvicinare i cittadini alle istituzioni locali, riattivare quel circuito democratico che si è interrotto, ripristinare i canoni del pluralismo istituzionale, mettendo al centro i Comuni e le comunità».
Mai come nel caso delle province sarde si può citare Tomasi di Lampedusa: “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Nel 2012 i sardi, trascinati da quel sentimento anticasta che a breve nelle urne si sarebbe tramutato in antipolitica, sono stati i primi a dire no alle province. Al referendum il sì all’abolizione degli enti intermedi travolse il no. I sardi non volevano più le province, né quelle storiche né quelle di nuovo conio, ovvero la Gallura, l’Ogliastra, il Medio Campidano e il Sulcis Iglesiente. Il risultato del referendum, sostenuto dai Riformatori e dall’allora governatore Ugo Cappellacci, fu chiarissimo. Ma a non essere chiaro era proprio il quesito che proponeva anche l’eliminazione delle province storiche, per le quali sarebbe stato necessario un procedimento di revisione costituzionale. E infatti il pronunciamento della popolazione fu rispettato a metà: le nuove province sparirono, le vecchie furono abolite successivamente - in tutta Italia, non solo in Sardegna - dalla riforma Renzi-Boschi, che però nel referendum del 4 dicembre 2016 fu bocciata dagli italiani. E dunque le province storiche - che nel frattempo erano ritornate ai vecchi confini inglobando quelle nuove - rimasero al loro posto. Alla fine dei conti, quel forte sentimento anticasta aveva prodotto in tutta Italia solo la cancellazione delle 4 province nate nel 2001. Ma come sempre alle rivoluzioni - soprattutto se mancate - seguono le restaurazioni.
E, nel 2021, nove anni dopo il referendum che le aboliva tutte, la Sardegna si ritrovò con 6 province e due città metropolitane più grandi del Molise. La riforma era stata poi cassata dal Governo, che l’aveva bloccata. La svolta definitiva è invece arrivata nel luglio 2024, quando la Corte costituzionale ha dato ragione alla Sardegna respingendo le istanze romane. E così, dopo anni di commissari, le Province sono ritornate alle urne lo scorso 29 settembre. Al voto però solo sindaci e consiglieri comunali.
Con Cagliari e Sassari che hanno visto, senza passare dal voto, la conferma dei loro sindaci alla guida delle Città metropolitane, mentre nelle sei province si è assistito a battaglie più o meno combattute, che però hanno riguardato solo il palazzo. A questo punto, il Pd, consapevole di avere dalla sua anche buona parte del centrodestra, rilancia: torniamo all’elezione diretta. Tutto, appunto, come in una telenovela. La storia delle province, insomma, come gli infiniti matrimoni e divorzi di Ridge e Brooke.
