La Nuova Sardegna

Il report

Congedo di paternità, un padre su tre non lo usa – i dati

di Michela Meloni
Congedo di paternità, un padre su tre non lo usa – i dati

Resta il divario nord-sud: dieci giorni obbligatori, tra le aziende c'è chi li estende fino a 90

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Sassari Un terzo dei padri in Italia non usufruisce ancora del congedo di paternità: è questo il dato principale che emerge dalle elaborazioni di Save the Children sui dati Inps. Nonostante i progressi degli ultimi anni, nel 2024 circa due padri lavoratori dipendenti su tre hanno beneficiato di questo diritto, lasciando però una quota significativa che continua a non accedervi.

Negli ultimi anni il congedo di paternità ha registrato una crescita significativa, segnale di un cambiamento culturale nel modo di intendere il ruolo dei padri. Come evidenziato da Save the Children sulla base dei dati Inps, questa evoluzione mostra un coinvolgimento sempre maggiore degli uomini nella cura dei figli fin dai primi giorni di vita, anche se non ancora pienamente diffuso. Dopo il forte incremento registrato tra il 2013 e il 2022, periodo in cui l’utilizzo è più che triplicato, si osserva oggi una fase di stabilizzazione.

Il rallentamento della crescita suggerisce la presenza di ostacoli ancora radicati, sia sul piano culturale sia su quello lavorativo. Non tutti i padri, infatti, si trovano nelle condizioni di poter usufruire del congedo, e questo contribuisce a mantenere una diffusione disomogenea dello strumento.

Analizzando più nel dettaglio il fenomeno, emerge che i padri che usufruiscono del congedo appartengono prevalentemente alla fascia d’età tra i 35 e i 44 anni, hanno un’occupazione stabile e lavorano a tempo pieno. A livello territoriale si osserva una forte concentrazione nel Nord Italia, dove risiede la maggioranza dei beneficiari, mentre nel Centro e nel Sud la diffusione è più contenuta. Questa distribuzione mette in luce come fattori economici e condizioni lavorative incidano concretamente sull’accesso al congedo.

Accanto a queste criticità, si registrano anche esperienze positive. Alcune aziende hanno introdotto politiche interne migliorative rispetto a quanto previsto dalla normativa, offrendo giorni aggiuntivi o integrazioni economiche. Queste pratiche rappresentano esempi concreti di un cambiamento organizzativo che favorisce una maggiore condivisione delle responsabilità familiari.

Dal punto di vista normativo, il congedo di paternità obbligatorio prevede attualmente dieci giorni di astensione dal lavoro, retribuiti al 100%, da utilizzare in un periodo che va dai due mesi precedenti alla nascita ai cinque mesi successivi. La misura, estesa anche ai casi di adozione e affidamento, è stata progressivamente rafforzata nel tempo, fino all’introduzione di sanzioni per i datori di lavoro che ne ostacolano l’utilizzo.

Questo strumento si affianca al congedo parentale, che è facoltativo e può essere utilizzato da entrambi i genitori per un periodo più lungo, sebbene con un’indennità inferiore. L’obiettivo complessivo resta quello di promuovere una più equa distribuzione del lavoro di cura e di favorire la costruzione di un legame precoce tra padre e figlio.

Nonostante i progressi, il quadro attuale evidenzia come la piena condivisione delle responsabilità familiari sia ancora lontana dall’essere raggiunta. La diffusione del congedo di paternità rappresenta dunque non solo una questione di diritti, ma anche una sfida culturale che riguarda l’intera società.

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