Piano energia, smart working e targhe alterne: le ipotesi allo studio tra Ue e Italia
a nuova crisi legata al conflitto in Medio Oriente e alle tensioni sul petrolio riporta il lavoro da remoto tra gli strumenti di emergenza per ridurre i consumi
Roma Sembrava una fase ormai superata. Dopo l’accelerazione imposta dalla pandemia, il lavoro da remoto aveva progressivamente perso centralità, con il ritorno alla presenza in ufficio, alla timbratura e alle riunioni in sede. Anche molte grandi aziende tecnologiche, che ne erano state il simbolo, avevano scelto di riportare i dipendenti alla scrivania. Adesso però il quadro è cambiato. La guerra in Iran, la chiusura dello Stretto di Hormuz e le ripercussioni sui mercati petroliferi stanno riportando in primo piano lo smart working, non più come strumento di flessibilità organizzativa ma come possibile risposta a un’eventuale emergenza energetica. Come riporta il Corriere della Sera, il lavoro da remoto rientra oggi nelle misure considerate utili per limitare i consumi, in una fase in cui la priorità non è la riorganizzazione del lavoro ma la riduzione della domanda di carburante ed energia.
Meno spostamenti, meno consumi
La logica alla base di questa impostazione è semplice: ridurre gli spostamenti quotidiani significa contenere il consumo di carburante. In questo contesto, il lavoro agile torna a essere inserito tra le leve delle politiche pubbliche. L’Agenzia internazionale dell’energia lo include infatti tra gli strumenti per abbassare la domanda di petrolio, accanto alla riduzione dei limiti di velocità, al contenimento dei voli e a un maggiore ricorso al trasporto pubblico. Si tratta di una misura immediata, replicabile e a basso costo.
I Paesi asiatici già alle prese con l’emergenza
Nei Paesi più esposti allo shock energetico, il ricorso al lavoro da remoto è già diventato una misura concreta. Secondo il monitoraggio dell’Agenzia internazionale dell’energia, diversi governi hanno avviato o incoraggiato forme di smart working insieme ad altri interventi per ridurre i consumi. In Egitto è stato previsto un giorno settimanale obbligatorio di lavoro da remoto per il settore amministrativo, mentre dopo le 21 viene ridotta l’illuminazione pubblica. In Indonesia il venerdì è stato trasformato in giornata agile per i dipendenti pubblici. In Myanmar il mercoledì è diventato obbligatoriamente giorno di lavoro a distanza, mentre per i privati sono in vigore le targhe alterne.
In Pakistan e nelle Filippine si è intervenuti anche sugli orari, con la settimana corta di quattro giorni nel pubblico. Nel Sud-est asiatico, inoltre, il lavoro da casa si intreccia con misure sulla mobilità: in Thailandia il governo ha invitato aziende e lavoratori a preferire il lavoro domestico, il car pooling e il trasporto pubblico; in Vietnam le autorità hanno sollecitato le imprese a favorire il remote working per ridurre gli spostamenti; in Laos e Malaysia vengono sperimentati modelli misti tra presenza e distanza.
Bruxelles indica la direzione
In Europa l’approccio appare meno netto, ma il tema è entrato nel dibattito comunitario. Il commissario europeo all’Energia Dan Jørgensen, intervenendo a fine marzo, ha invitato gli Stati membri a preparare misure per ridurre il consumo di carburanti, richiamando esplicitamente il pacchetto dell’Agenzia internazionale dell’energia. Tra queste misure compare anche il telelavoro, insieme al contenimento della velocità e alla riduzione dei voli. Come scrive il Corriere della Sera, questo passaggio riporta il lavoro da remoto dentro una logica di sistema europea: non più soltanto scelta aziendale, ma possibile strumento di politica energetica.
Nel confronto continentale stanno riemergendo anche ipotesi più simboliche, come le domeniche senz’auto, che richiamano direttamente la stagione dell’austerity seguita alla crisi energetica del 1973. Il primo Paese europeo ad aver introdotto restrizioni ai consumi è la Slovenia, con il limite di 50 litri di carburante al giorno per i privati e di 200 litri per le imprese.
Il cambio di rotta delle Big Tech
Nel frattempo, anche nel settore tecnologico si registra un’inversione. Negli ultimi anni molte Big Tech avevano ridotto il ricorso al lavoro da remoto, rivendicando la centralità della presenza in ufficio. Amazon aveva fatto da apripista, imponendo il rientro cinque giorni alla settimana, e altri grandi gruppi avevano seguito una linea simile. Ora, invece, la crisi energetica e le tensioni connesse al conflitto in Medio Oriente stanno riaprendo quello spazio che sembrava chiuso. In alcuni casi le multinazionali hanno riattivato protocolli di lavoro a distanza per il personale non direttamente impegnato in attività fisiche, come la gestione dei data center o delle infrastrutture, soprattutto nelle aree considerate più sensibili sul piano geopolitico. In altri casi, il remote working viene utilizzato come misura preventiva, in attesa di capire quale sarà l’evoluzione della crisi energetica e quali effetti potrà produrre sul piano logistico e operativo.
Le ipotesi allo studio in Italia
Anche in Italia il tema è ormai entrato nel campo delle opzioni di governo. A Palazzo Chigi vengono studiati scenari di emergenza con un livello di urgenza crescente, mentre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni segue direttamente il dossier per le possibili ripercussioni sulle scorte di gas e petrolio. Secondo quanto riferisce ancora il Corriere della Sera, nei ministeri si lavora su un orizzonte di poche settimane e non viene più esclusa l’ipotesi di un piano di razionamento dei consumi. In questo quadro, il lavoro da remoto viene considerato una delle leve più immediate. Si ragiona su uno smart working rafforzato nella pubblica amministrazione, sul modello adottato durante il Covid. Accanto al lavoro agile, restano sul tavolo anche altre misure: la possibile reintroduzione delle targhe alterne, interventi sui consumi negli edifici pubblici e una regolazione più stringente dell’uso della climatizzazione nei mesi estivi. Proprio il nodo dei condizionatori viene indicato come uno dei punti più delicati in vista dell’aumento della domanda di energia.
Sindacati in pressing e risparmi stimati
Sul tema si muovono anche i sindacati. Mentre l’Anief ha sollevato l’allarme per un possibile ritorno della didattica a distanza a scuola a partire da maggio, il governo mantiene per ora una linea prudente, cercando coordinamento a livello europeo ed evitando allarmismi. Nel frattempo cresce però la pressione delle sigle del pubblico impiego, dalle organizzazioni autonome fino a Cgil e Cisl, che chiedono un rafforzamento immediato dello smart working anche sulla base delle indicazioni arrivate da Bruxelles. Le stime richiamate dalle organizzazioni sindacali indicano che il lavoro da remoto può abbattere i costi operativi del 20-30% e garantire ai lavoratori un risparmio compreso tra 1.500 e 3 mila euro l’anno. Dopo la pandemia, l’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano aveva inoltre calcolato che due giorni alla settimana di smart working potevano tradursi in un risparmio annuo di 1.000 euro nei trasporti per il lavoratore e di 500 euro per ogni postazione spenta per le aziende. Numeri che, alla luce dell’attuale scenario energetico, assumono ora un peso politico molto più rilevante.
