Ex 007 arrestati per spionaggio, Marco Mancini: «L’Italia è sotto attacco dalla Russia, così avviene il reclutamento»
L’ex capo del controspionaggio: «Nel mirino del Cremlino la politica, l’industria, il comparto sicurezza nella sua complessità»
Sassari Nel mondo dell’intelligence la minaccia a volte si annida proprio tra chi ha giurato di difendere lo Stato e i suoi segreti. L’arresto dei due ex 007, accusati di aver venduto informazioni riservate alla Russia, riporta il controspionaggio al centro della scena e apre interrogativi sulla tenuta dei sistemi di sicurezza e sulle nuove forme della guerra silenziosa tra Stati. Marco Mancini, già capo del controspionaggio italiano, spiega le regole del gioco, nell’ottica di un mondo sempre più in guerra, sia con i fucili che con le spie.
Dottor Mancini, il coinvolgimento nell’inchiesta di ex appartenenti ai servizi la sorprende e quanto crede che questo fenomeno sia diffuso all’interno dell’intelligence?
«Più che sorprendermi, mi delude. Ritengo sia impossibile avere elementi o dati certi circa l’effettiva estensione della penetrazione russa, o più in generale del fenomeno in sé. Certamente, la storia ci ha insegnato come in più occasioni l’intelligence russa sia riuscita efficacemente a penetrare istituzioni straniere. È successo in Inghilterra, negli Stati Uniti, recentemente anche in Germania, Austria, Ucraina. Impossibile, poi, non ricordate la penetrazione che l’Italia ha già subito da parte dei servizi segreti russi che in passato hanno avvicinato e reclutato Walter Biot, Tenente Colonnello della marina militare, condannato a diverse decine di anni di carcere per spionaggio in favore dei russi».
Il fatto che l’indagine sia partita dall’intelligence italiana cosa ci dice sullo stato di salute del controspionaggio italiano?
«Il controspionaggio italiano dovrebbe, a dir la verità, evitare sin dal principio il reclutamento di appartenenti o ex appartenenti all’intelligence. Dato che il metodo del controspionaggio offensivo è “intus legere”, da cui “intelligenza” uguale a intelligence. Leggere tra le righe, negli spazi bianchi. I satelliti e gli algoritmi, oggi tanto in voga, dato che tra le righe non c'è scritto niente, leggono, ma non fanno intelligence. Ho detto metodo e non ricettario, la caratteristica identitaria del controspionaggio è un modo di puntare gli occhi e applicare testa e memoria là dove tutto pare calmo».
Quali sono i primi segnali che fanno scattare un’indagine di questo tipo da parte del controspionaggio?
«La conoscenza informativa da parte dell'intelligence che subisce l’attacco, e il fatto che propri connazionali siano stati avvicinati da un paese straniero per finalità spionistiche».
Quanto è difficile per un servizio straniero reclutare un ex agente e come avviene l’avvicinamento?
«L’azione operativa di reclutamento dell’intelligence russa all’estero ha diverse declinazioni. La più utilizzata rimane sempre quella dell'individuazione dell'obbiettivo da reclutare, dopo averne studiato le capacità informative e averne capito le vulnerabilità. Si passa poi a un contatto diretto, a volte mediato da un cosiddetto “facilitatore”. Nei primi sei mesi del reclutamento generalmente, per valutare l’attendibilità del soggetto reclutato, i funzionari dei servizi del Cremlino pongono alla potenziale fonte domande di cui conoscono già la risposta».
È cambiato il modus operandi dell’intelligence russa dopo l’invasione dell’Ucraina?
«Sì, è effettivamente cambiato diventando più aggressivo soprattutto verso i paesi europei e appartenenti alla Nato».
Immagino esistano sistemi efficaci per monitorare eventuali comportamenti anomali di quel personale che ha accesso a informazioni sensibili.
«Sì esistono, ma non posso entrare nel merito».
Invece quali sono le informazioni che possono essere considerate davvero strategiche oggi per un paese straniero e quali sono gli Stati maggiormente attivi in questo tipo di attività?
«I paesi attivi in questo genere di azioni sono diversi, i più operativi restano a mio avviso i servizi russi (FSB - SVR - GRU). Nel mirino: la politica, l’industria, il comparto sicurezza nella sua complessità. Le armi utilizzate: la disinformazione e gli attacchi hacker. Questi ultimi generalmente vengono appaltati a gruppi criminali».
Cosa è successo dopo l’inizio della guerra in Ucraina?
«Possiamo dire che la pressione dell'intelligence russa in Italia sia aumentata dopo l'invasione russa in Ucraina. Questa pressione si è manifestata attraverso la disinformazione, gli attacchi hacker. Sarà l'autorità giudiziaria a stabilire se effettivamente anche i servizi segreti italiani siano stati oggetto di penetrazione da parte dell’intelligence del Cremlino».
Secondo lei cosa può spingere un ex 007 a tradire il proprio Paese?
«I soldi, non averlo mai amato. O tutte e due le cose».
Quanti tentativi di spionaggio vengono sventati senza che l’opinione pubblica ne venga mai a conoscenza?
«Da qualche anno, come lei sa, faccio anche io parte dell’opinione pubblica (ride, ndr)».
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