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Armatevi di maschera e boccaglio, la nuova frontiera delle immersioni è lo snorkeling – L’evoluzione di Orso diving

di Carolina Bastiani
Armatevi di maschera e boccaglio, la nuova frontiera delle immersioni è lo snorkeling – L’evoluzione di Orso diving

Il titolare Corrado Azzali racconta quarant’anni di attività a Poltu Quatu

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Attività subacquee, ritrovamento di relitti, supporto alle attività dei ricercatori, snorkeling ed escursioni naturalistiche alla ricerca di balene, delfini e grampi. Questo non è solo un elenco di proposte e attività, ma il racconto di un’evoluzione. Quella guidata dall’Orso diving di Poltu Quatu, fondato nel 1987 da Corrado Azzali nel porticciolo nascosto tra le rocce a due passi dalla Costa Smeralda. Un percorso pluridecennale, durante il quale è cambiato prima di tutto il mare, il turismo – con annesso incremento del traffico nautico – e, di conseguenza, le attività legate al mondo delle immersioni.

Il boom e le difficoltà

«Il mare è la mia vita – esordisce Azzali, che dirige il diving più longevo d’Italia con la stessa gestione – e in queste 40 stagioni l’ho visto cambiare tanto». Azzali, originario di Salsomaggiore, ma gallurese da oltre trent’anni, è stato tra i primi a proporre con base nel nord Sardegna le immersioni subacquee. Eppure, in quel periodo, era necessario spostarsi in Corsica. «I nostri fondali erano deserti a causa della pesca e dell’assenza di regolamentazione – spiega –. Alla fine degli anni ‘80 il boom è iniziato grazie alla fama di Lavezzi, che era uno dei sette punti di immersione più celebri al mondo: arrivavano qui da tutta Italia perché li portavamo lì, alla “città delle cernie”, dove pesci enormi erano così abituati all’uomo che si avvicinavano tranquilli». E poi l’avvento delle aree marine protette e dei parchi anche in Italia ha permesso ai fondali sardi duramente compromessi di ripopolarsi di pesci.

Tuttavia, dopo i primi anni 2000, il diving puro, fatto solo di subacquea, ha iniziato il suo declino. «È un turismo destinato a finire, – continua Azzali –, per le immersioni non è un bel momento, anche se le potenzialità sono ancora enormi. La crisi riguarda tutta Europa». Il problema principale è l’assenza di ricambio generazionale. «Forse ha perso il suo fascino: molti pensano che sia da boomers», sorride con un filo di malinconia. E in Costa Smeralda la crisi si è manifestata con molte chiusure. «A fine anni ‘90 – continua –, nel mezzo del momento d’oro, eravamo 5 attività in zona, ora siamo solo noi, l’ultima ha chiuso lo scorso inverno». E dunque qual è il segreto della longevità di Orso diving? Secondo il titolare è la diversificazione delle proposte, tra cui spicca lo snorkeling.

«Ci salviamo con lo snorkeling»

«Come molti miei colleghi ci stiamo salvando con lo snorkeling, che dalle località tropicali è arrivato qui e sta prendendo piede». Il grande vantaggio di questa pratica, e quindi di ammirare dalla superficie i fondali con le maschere e il boccaglio, è alla portata di tutti. C’è un solo problema: con il traffico nautico – e in particolare quello che interessa l’arcipelago di La Maddalena dove Orso diving opera frequentemente – diventa un’attività assai pericolosa. «Il traffico nautico è davvero molto intenso – spiega Azzali –. I soggetti più pericolosi, secondo me, sono quelli che chiamo i “marinai della domenica”, persone che affittano il gommoncino, ma che spesso non conoscono neanche la segnaletica». Ad Azzali piacerebbe che venissero realizzate delle aree dedicate appositamente allo snorkeling, recintate e protette, anche a beneficio dello stesso ambiente marino che sarebbe più al riparo dalle imbarcazioni e dall’eccessiva pressione turistica. «Tra i luoghi ideali – dice – c’è Cala Coticcio, nota ai più come Tahiti. Noi già facciamo attività di snorkeling dentro le boette, e vi assicuro che c’è una biodiversità incredibile e fondali spettacolari».

Tutela del mare

A proposito di protezione dell’ambiente marino, Orso diving si impegna da anni in progetti di tutela. Uno degli ultimi a cui ha preso parte è il “Blue forest” by One ocean foundation, mirato alla riforestazione di posidonia nella baia del Cala di Volpe: con le loro imbarcazioni si sono messi al servizio della missione per far sì che quella pianta così importante torni ad essere presente e rigogliosa nei fondali marini. «Ogni volta che possiamo, mettiamo a disposizione i nostri mezzi. Partecipiamo attivamente anche alle attività antibracconaggio ittico; il mare sta subendo davvero troppa pressione, mi chiedo quanto reggerà ancora».

Al Canyon di Caprera avvistamenti garantiti

A due passi da Poltu Quatu, però, vicinissimo alla base di Orso diving, c’è l’ingresso a una delle meraviglie del Mediterraneo: Capo Ferro è la porta del Canyon di Caprera, un canyon sottomarino in acque internazionali tra Sardegna e Corsica, popolato da diverse specie di cetaceo. Delle otto totali che vivono nel mare nostrum, lì se ne possono avvistare sette. Oltre ai pesci luna, alle mobule, ai tonni, alle tartarughe marine. «Ho scoperto il Canyon più di venti anni fa grazie a un pescatore d’altura che si appoggiava a noi – racconta Azzali –. Ogni volta che rientrava dalle uscite diceva di aver visto balene, delfini. Una volta sono uscito con lui e ho visto anche io: da lì la decisione». Orso diving si è quindi attrezzato con un catamarano con grande tenuta di mare e consumi ridotti. «Abbiamo iniziato l’attività di osservazione dei cetacei ospitando gratuitamente i ricercatori. Tra loro per 12 anni c’è stato Luca Bittau, presidente di SeaMe Sardinia, che ha raccolto moltissimi dati». E poi l’apertura alle escursioni, altra attività che gli ha permesso di diversificare l’offerta e “sopravvivere”.

«Non sempre riusciamo a vedere tutti e sette i cetacei, ma questa è una stagione molto buona: abbiamo incontrato balene e capodogli anche nella stessa uscita». Servono però condizioni meteomarine precise. «E cioè vento di bonaccia e mare piatto. Prima di tutto per la sicurezza – spiega –, seconda cosa, diversamente le persone a bordo rischierebbero di stare male, visto che è una zona spesso battuta dai venti, e, terzo, sarebbe molto difficile avvistare gli animali». Ma appunto, con vento di bonaccia e mare piatto, avvistamenti assicurati. «È sempre molto bello e divertente – dice Azzali, e dalla sua voce arriva la meraviglia –. Nonostante sia molto lontano dalla costa ne vale sempre la pena. Lì ho visto cose che non ci sono da nessun altra parte (e io ho lavorato in tutto il mondo). Sono profondamente innamorato di questo mare».

Ma insomma, chi potremmo incontrare in quelle acque? «Direi di fare una classifica in base alla frequenza degli avvistamenti. Iniziamo con le divertenti strenelle striate che vengono a fare i loro show sotto la barca, poi balenottere e zifi a pari merito. Gli zifi, in particolare, sono molto rari in altre parti del mondo, ma lì si vedono spessissimo. E poi i delfini comuni (più sporadici) e i grampi che sono i miei preferiti, sono i più simpatici di tutti». L’unico che non si incontra mai delle otto specie di cetaceo che vivono nel Mediterraneo nonostante il Canyon sia così affollato, è il globicefalo, ma c’è un motivo ben preciso. «Ha bisogno di profondità molto alte, che raggiungano i 2mila metri – spiega Azzali –, molto superiori ai 1200 del Canyon». Insomma, per chi volesse vedere da vicino questi esemplari nel loro habitat naturale, Orso diving organizza escursioni con partenza da Poltu Quatu. È sufficiente un’oretta di navigazione veloce e poi, armati di binocolo, si verrà coinvolti nella ricerca dei segnali della loro presenza.

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