Il ministro Urso: «Industria, voltiamo pagina e risolviamo gli errori del passato»
Il titolare di Imprese e Made in Italy in Sardegna: «Su Ets riforma timida: l’insularità non può essere uno svantaggio permanente»
Cagliari Questa mattina 24 luglio, alle 11 in via Brenta, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso inaugurerà la 27esima casa del Made in Italy, punto di accesso e strumento voluto dal ministero messo a disposizione di imprese e cittadini per raccogliere le esigenze delle realtà locali e svolgere, in accordo con gli altri enti e amministrazioni, azioni territoriali promozione, valorizzazione e tutela del Made in Italy, supporto alle imprese e analisi e monitoraggio dei mercati locali. In questa intervista il ministro interviene sui temi di più stretta attualità nazionale ma parla anche delle aree di crisi sarde, con un messaggio di moderata fiducia sulla soluzione di alcune di queste.
Ministro ha definito la proposta UE sull'ETS “insufficiente, troppo timida”. Concretamente, quali correzioni chiederà a Bruxelles prima che il testo diventi vincolante, e su quali punti è disposto a un compromesso?
«La Commissione ha finalmente riconosciuto che l’impianto dell’ETS doveva essere corretto: è la breccia nel muro dell’ideologia che l’Italia ha contribuito ad aprire. Ma la proposta presentata è priva di coraggio e priva di visione: occorre fare di più e senza infingimenti. Chiederemo quote gratuite senza condizionalità adeguate ai tempi degli investimenti e alla reale disponibilità delle tecnologie di decarbonizzazione, una revisione dei benchmark strutturale, misure efficaci a sostegno degli esportatori europei e che una parte maggiore dei proventi dell’ETS sia destinata alla trasformazione industriale. Disponibili a discutere tempi e modalità, ma non accetteremo che gli obblighi precedano tecnologie, oneri e risorse necessarie per rispettarli. La transizione deve decarbonizzare l’industria europea, non delocalizzarla».
Sardegna e Corsica hanno unito le forze contro la direttiva ETS, chiedendo che il costo dell'insularità sia riconosciuto dalla Ue. Il suo ministero è disposto a sostenere formalmente, in sede europea, una deroga specifica per le isole?
«Certamente. Sosterremo in Europa una misura specifica per le isole: l’insularità non può trasformarsi in uno svantaggio permanente per cittadini e imprese. Ma dobbiamo unire gli sforzi. Mi auguro che anche la sinistra europea se ne convinca e agisca con noi con responsabilità e pragmatismo».
Il Ddl sulla riforma della rete carburanti è stato approvato ieri. Cosa cambia per i gestori degli impianti più piccoli, più esposti alla crisi del settore?
«La riforma introduce regole più certe e maggiori tutele per i gestori, rafforza la stabilità dei rapporti contrattuali e accompagna gli impianti più piccoli nella riconversione verso nuovi carburanti e servizi. Quando non vi siano più le condizioni per proseguire l’attività, prevede sostegni e indennizzi, affinché il costo della trasformazione non ricada sui soggetti più deboli. Vogliamo una rete più efficiente e moderna, senza abbandonare i piccoli comuni, le aree interne e le isole».
Ha annunciato una Zona Logistica Semplificata unica per il Centro-Nord prima di Ferragosto e un Decreto Imprese prima della legge di Bilancio. Come replica a chi teme che la Zona Logistica Semplificata, chiesta da Confindustria al nord possa drenare fondi alla Zes che oggi rimane uno strumento dedicato solo per il centro-sud e che ha dato buoni risultati in questi anni?
«Nessun timore. Sono due cose del tutto diverse. La ZES unica del Mezzogiorno, che abbiamo istituito e che sta producendo risultati molto positivi, risponde all’obiettivo di ridurre i divari territoriali ed è finanziata anche attraverso risorse della politica di coesione, destinate proprio a questa finalità. Nessuna risorsa sarà quindi sottratta alla ZES unica. Per le regioni del Centro-Nord vogliamo, realizzare un sistema autorizzativo altrettanto efficace, fondato su semplificazione e sburocratizzazione, così da accelerare gli investimenti produttivi. Mercoledì mi confronterò con la Conferenza delle Regioni sulla politica industriale nazionale, partendo dalle ipotesi che ho già sottoposto ai presidenti. L’obiettivo è entrare subito nel merito, per inserirla già nel Decreto Imprese che vogliamo approvare prima della legge di Bilancio.
A Portovesme, i sindacati parlano di collasso di Eurallumina.
«Questa vertenza nasce da un regime sanzionatorio che nessuno immaginava allora potesse durare così a lungo. Ora non si può più aspettare, anche perché, purtroppo, la guerra della Russia in Ucraina non sembra prossima a concludersi. Per dare certezza ai nostri lavoratori, abbiamo deciso di sciogliere definitivamente il nodo, restituendo una prospettiva industriale al sito. La via maestra resta il confronto con la proprietà, che deve fare la sua parte. Ma sia chiaro: se questa strada non darà risposte in tempi brevi, useremo tutti gli strumenti a nostra disposizione, anche normativi, per non lasciare senza futuro né gli asset né i lavoratori. Faremo il punto con tutte le parti e con il territorio il prossimo 15 settembre. Quanto agli stipendi, il MEF ha rassicurato sulla copertura anche per luglio».
E per Sider Alloys e Portovesme srl?
«Per Sider Alloys si cerca di capire le intenzioni degli svizzeri. La soluzione di questa vertenza, anch’essa lascito del passato, frutto degli errori commessi da altri governi che non avevano una visione industriale, passa dall’individuazione di un nuovo acquirente, con un progetto industriale solido e credibile. Nelle ultime settimane si sono fatti avanti due soggetti internazionali. Ci confronteremo con l’attuale proprietà, perché senza la sua disponibilità alla vendita non può esserci una soluzione industriale. Faremo il punto con tutte le parti il 15 settembre»
Il progetto black mass della Portovesme srl lo ha definito strategico. In quale cornice di politica industriale si inserisce?
«Questo così come quello che l’azienda sta sviluppando in parallelo, in collaborazione con Carbosulcis, IGEA ed Ecotec, per il recupero delle materie prime critiche dai residui minerari può consentire a Portovesme di diventare uno dei poli nazionali ed europei del settore, trasformando in risorsa ciò che finora è stato considerato solo uno scarto industriale. In questa direzione va anche il Fondo nazionale del Made in Italy, operativo in questi giorni: 900 milioni di euro complessivi, di cui 600 milioni destinati alle imprese della filiera delle materie prime critiche. Con il ministro francese Martin abbiamo deciso di promuovere un’iniziativa comune Roma-Parigi per trattenere nel nostro continente le materie prime critiche necessarie a sostenere l’industria del riciclo. Misure specifiche saranno previste anche nel Decreto Imprese a settembre. A seguire il terzo bando europeo per i progetti strategici sulle materie prime critiche, nell’ambito del Critical Raw Materials Act. Solleciteremo altre imprese a presentare nuovi progetti».
Sempre al sud, la Sanac, azienda che produce refrattari e copre un terzo del mercato nazionale è in amministrazione controllata da otto anni. Si prospettano soluzioni all’orizzonte? L’azienda verrà acquisita in blocco o è possibile uno “spezzatino”?
«Altra grave eredità del passato. Abbiamo affidato Sanac agli stessi commissari dell’ex Ilva, che sono finalmente riusciti a realizzare la gara e a individuare la migliore offerta. Una proposta che riguarda l’intero perimetro aziendale: non uno spezzatino, dunque, ma una soluzione unitaria, con una prospettiva industriale anche per il sito di Assemini».
Nei prossimi anni è prevista un crescita notevole di data-center nel nostro paese. Il suo ministero ha definito di carattere strategico la proposta di una società Usa per la costruzione di un sistema di dati e produzione di energia nel Sulcis. L’isola, vista la disponibilità di alta connessione e la possibile sovraproduzione di energia si può candidare a essere uno degli hub di questa tipologia di impianti a livello nazionale?
«Ieri ho portato in Consiglio dei ministri altre due dichiarazioni di preminente interesse strategico nazionale relative a progetti di data center: una riguarda l’investimento di Equinix in Lombardia, l’altra il progetto promosso da Techbau e BentallGreenOak Data Centers a Trino, in Piemonte. Stiamo lavorando per far comprendere agli investitori internazionali che questi progetti possono essere realizzati anche in altre regioni. Credo che la Sardegna possa ospitarne anche altri, ma occorre prima risolvere la questione energetica. Rivolgo ancora una volta un appello alla Regione: sblocchiamo i progetti di produzione di energia rinnovabile e prepariamoci al nucleare di nuova generazione, sicuro e pulito, come stanno facendo tutti i Paesi che intendono attrarre gli investimenti miliardari nei data center, che hanno bisogno di molta energia per svilupparsi. Non si può costruire una politica industriale che punti, come noi vogliamo, sulle nuove tecnologie ambientali rispondendo sempre di no».
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