Donna condannata per aver dato da mangiare ai gatti randagi, la cassazione annulla la sentenza – Ecco perché
Il tema è stato rilanciato dal Gruppo d’Intervento Giuridico
Sassari Chi dà da mangiare ai gatti che vivono liberi non ne diventa, solo per questo, il custode e non può essere considerato automaticamente responsabile dei comportamenti degli animali. A chiarirlo è la Corte di cassazione con la sentenza numero 27109 del 17 luglio 2026, richiamata in questi giorni dal Gruppo d’Intervento Giuridico, che ha rilanciato sul tema anche l’analisi del giurista Gianfranco Amendola.
Il caso nasce in Calabria. Il Tribunale di Locri aveva condannato una donna a 200 euro di ammenda per il reato di getto pericoloso di cose, previsto dall’articolo 674 del codice penale. Secondo la sentenza di primo grado, nutrendo e accudendo alcuni gatti randagi la donna ne avrebbe assunto la custodia e avrebbe quindi dovuto impedire che le deiezioni degli animali e i cattivi odori provocassero disagi nel giardino di un’abitazione vicina.
La Cassazione ha ribaltato questa impostazione e annullato la condanna senza rinvio perché il fatto non sussiste. I giudici sottolineano che i gatti di una colonia, per loro stessa natura, vivono in libertà. La persona che volontariamente porta loro del cibo non acquisisce per questo la disponibilità o il controllo degli animali e quindi non assume quella posizione giuridica di garanzia che potrebbe obbligarla a impedirne i comportamenti. Nel caso esaminato, inoltre, le deiezioni erano finite in un giardino privato di proprietà esclusiva, che la Corte ha ritenuto estraneo ai luoghi indicati dall’articolo 674 del codice penale.
La decisione, però, non significa che sia possibile distribuire alimenti senza regole. La stessa Cassazione ha esaminato l’ordinanza del Comune di Bovalino che disciplinava la somministrazione di cibo agli animali randagi e non l’ha ritenuta manifestamente illegittima. Il provvedimento consentiva di nutrire le colonie feline in luoghi privati o in punti pubblici autorizzati, imponendo poi l’immediata pulizia dell’area utilizzata. Restano quindi fermi gli obblighi legati all’igiene, alla gestione dei residui alimentari e al rispetto delle disposizioni comunali, con possibili conseguenze amministrative o civili in caso di comportamenti che provochino degrado o danni.
È proprio questo il punto evidenziato dal Gruppo d’Intervento Giuridico: occuparsi dei gatti liberi e provvedere alla loro alimentazione è possibile, ma utilizzando recipienti adeguati e rispettando le norme sui rifiuti e la pulizia dei luoghi.
La tutela delle colonie feline, del resto, è prevista dalla legge nazionale. La legge 281 del 1991 vieta di maltrattare i gatti che vivono in libertà, stabilisce che siano sterilizzati dall’autorità sanitaria e successivamente reimmessi nel loro gruppo e consente ad associazioni ed enti protezionistici di occuparsi delle colonie d’intesa con i servizi sanitari.
In Sardegna la materia è regolata anche dalla legge regionale 21 del 1994 e dalle successive direttive sul randagismo: i gatti che vivono liberi devono essere sterilizzati dall’autorità sanitaria competente e reimmessi nel gruppo di provenienza, mentre il censimento e la gestione delle colonie spettano ai Comuni, anche attraverso associazioni e cittadini volontari, in collaborazione con i servizi veterinari.
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