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Elezioni il 21 settembre

L’Università di Sassari verso il nuovo rettore, Uzzau: «Un Ateneo del Mediterraneo per attrarre nuovi iscritti» – L’intervista

di Luigi Soriga
L’Università di Sassari verso il nuovo rettore, Uzzau: «Un Ateneo del Mediterraneo per attrarre nuovi iscritti» – L’intervista

Il professore di Microbiologia e microbiologia clinica, è uno dei candidati

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Il professor Sergio Uzzau, 59 anni, ordinario di Microbiologia e Microbiologia Clinica presso l’Università di Sassari è uno dei quattro candidati alla carica di rettore.

Cosa l’ha spinta a candidarsi?

«La consapevolezza che l’Università di Sassari sia arrivata a un passaggio decisivo. Abbiamo competenze, qualità scientifica e culturale in tutti i Dipartimenti e un patrimonio umano straordinario, ma negli ultimi sei anni abbiamo perso il 16% degli studenti e, negli ultimi tre, abbiamo registrato una riduzione a doppia cifra sia dei docenti sia del personale tecnico-amministrativo e bibliotecario. Da questa realtà dobbiamo partire. Ci attendono un ulteriore calo demografico, una competizione crescente per studenti e talenti e trasformazioni tecnologiche rapidissime. Ho deciso di candidarmi perché credo di poter mettere la mia esperienza al servizio di un progetto collettivo e perché desidero cambiare il modo di governare l’Ateneo. Le nuove sfide richiedono una visione chiara e lungimirante, ma soprattutto condivisa, costruita attraverso l’ascolto e la partecipazione della comunità universitaria».

Qual è la prima decisione concreta che prenderebbe nei primi cento giorni da rettore?

«Avvieremo subito la costruzione partecipata del nuovo Piano Strategico di Ateneo, di cui sarà parte integrante il Piano per il Capitale Umano, che metterà a sistema programmazione del reclutamento, sviluppo professionale, formazione continua, benessere organizzativo e innovazione amministrativa. Inoltre attiveremo un Cruscotto di Ateneo, accessibile alla comunità universitaria, con indicatori aggiornati su studenti, abbandoni, didattica, ricerca, internazionalizzazione e personale. Un modo diverso di governare: conoscere con trasparenza dove siamo, decidere insieme dove vogliamo andare e misurare se ci stiamo arrivando».

Se dovesse indicare una cosa che negli ultimi anni l’Università ha fatto bene e una che ha sbagliato, quali sceglierebbe?

«Docenti e personale tecnico, amministrativo e bibliotecario hanno dimostrato un forte senso di appartenenza e una straordinaria capacità di produrre risultati nella didattica, nella ricerca e nelle altre missioni dell’Ateneo. I numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali lo testimoniano: è un patrimonio da valorizzare e comunicare meglio. È mancata, a mio giudizio, la capacità di trasformare pienamente questo patrimonio in una strategia di crescita. Tra il 2020 e il 2025 abbiamo perso circa 1.700 studenti regolari ai fini del finanziamento ministeriale e decine e decine di docenti e unità di personale. Dobbiamo invertire questa tendenza».

Ci sono corsi di laurea che, per numero di iscritti o risultati, non sono più sostenibili? Sarebbe disposto a chiuderli o accorparli?

«Non credo nelle chiusure decise semplicemente contando gli iscritti. Un corso con pochi studenti può essere strategico per l’identità scientifica e culturale dell’Ateneo o per il territorio. Ma l’offerta formativa non è immutabile: va valutata sulla base di domanda, regolarità delle carriere, occupazione dei laureati, qualità e sostenibilità. Sosterremo i corsi ad alta domanda, tuteleremo quelli identitari e strategici e su quelli in difficoltà interverremo prima con rilancio, innovazione e riprogettazione. Accorpare o chiudere deve essere l’ultima scelta. Per questo propongo un Osservatorio sui percorsi educativi e sulla transizione scuola-università, per comprendere meglio la domanda di formazione, perché alcuni giovani rinunciano all’università, perché molti diplomati sardi scelgono Atenei della Penisola o dell’estero e cosa può rendere Uniss più attrattiva anche per chi proviene da fuori Sardegna».

Le sedi di Alghero, Olbia, Nuoro e Oristano sono tutte strategiche? Oppure bisogna avere il coraggio di ripensarne qualcuna?

«Sono strategiche se smettiamo di considerarle semplicemente sedi nelle quali decentrare corsi. Il Dipartimento di Architettura, Design e Urbanistica ad Alghero merita un discorso a parte: è nato da una visione chiara, tradotta negli anni in corsi di riconosciuta qualità, ed è stato tra i primi motori dell’internazionalizzazione dell’Ateneo. Nelle altre sedi dobbiamo sviluppare profili culturali, di ricerca e formativi riconoscibili, costruiti insieme ai territori di Nuoro, Olbia e Oristano, e competenze e infrastrutture utili all’intero Ateneo. La prospettiva deve essere quella della complementarità e dell’integrazione, all’interno della programmazione unitaria dell’Università di Sassari».

Perché un 19enne sardo dovrebbe scegliere l’Uniss anziché Bologna, Milano, Pisa o Torino? E perché uno studente di Milano, Roma o Madrid dovrebbe scegliere Sassari?

«Non possiamo limitarci a dire ai ragazzi sardi che devono restare: dobbiamo dare loro buone ragioni per scegliere UNISS. Ne indicherei tre: qualità della formazione, rapporto più diretto con docenti e strutture e qualità della vita universitaria. Sono punti di forza reali che dobbiamo comunicare meglio. Ma c’è ancora molto da costruire per convincere uno studente di Milano, Roma o Madrid a scegliere Sassari. Servono più corsi in inglese, Double e Joint Degree, servizi e accoglienza internazionali, laboratori competitivi e un’identità scientifica e culturale riconoscibile. Sardegna e Mediterraneo possono diventare un nostro vantaggio competitivo. Internazionalizzare significa anche consentire a un giovane sardo di trovare qui un ambiente di studio e ricerca autenticamente internazionale».

Da decenni Sassari si definisce città universitaria, ma non è mai riuscita a realizzare un campus.

«Non credo che Sassari debba inseguire necessariamente il modello del campus chiuso e separato dalla città. Abbiamo sedi, residenze, mense e spazi distribuiti nel tessuto urbano: dobbiamo trasformarli in un vero campus urbano diffuso. Significa adeguare e mettere in rete sedi universitarie, Student Hub, residenze Ersu e mense; creare più spazi per studio, sport e socialità; migliorare la mobilità e rendere disponibile la Uniss Card, uno strumento digitale per conoscere e accedere, con agevolazioni e condizioni dedicate, a trasporti, cultura, sport, ristorazione e altri servizi e opportunità offerti dalla Città Metropolitana. La città stessa deve diventare il campus dell’Università».

L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando professioni, studi e ricerca. L’Università è pronta a questo cambiamento epocale?

«Deve esserlo e, soprattutto, deve imparare a governarlo. L’intelligenza artificiale sta già cambiando il modo di studiare, fare ricerca, lavorare e amministrare. Dobbiamo formare studenti capaci di utilizzarla e ricercatori capaci di svilupparla, ma anche persone consapevoli dei suoi limiti, rischi e implicazioni etiche. Vale anche per la produzione scientifica: l’AI può essere uno strumento straordinario, ma non può sostituire originalità e responsabilità dell’autore. La sfida è formare persone capaci di usare l’intelligenza artificiale senza rinunciare al proprio pensiero critico».

Guardiamo al 2032: quale risultato le farebbe dire di aver centrato il suo obiettivo?

«Vorrei poter dire che abbiamo invertito il declino degli studenti, attratto giovani e ricercatori anche dall’estero, investito sulle persone e sulle infrastrutture e le risorse scientifiche e costruito un rapporto più forte con la Sardegna. Ma soprattutto vorrei una UNISS più riconoscibile, più internazionale e più autorevole: un’Università nella quale studenti, docenti e personale siano orgogliosi di studiare e lavorare e che fuori dalla Sardegna sia riconosciuta per una propria identità. Se nel 2032 l’Università di Sassari sarà diventata davvero una Università Europea del Mediterraneo, avremo raggiunto l’obiettivo».

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