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L’operazione del Noe

I veleni sversati e interrati per 30 anni: sotto la San Martino una bomba ecologica, indagati i due amministratori - Tutti i dettagli dell’inchiesta choc

di Luigi Soriga
I veleni sversati e interrati per 30 anni: sotto la San Martino una bomba ecologica, indagati i due amministratori - Tutti i dettagli dell’inchiesta choc

Rilevato arsenico 560 volte oltre i limiti, sepolti gli scarti di lavorazione: fanghi, diossine, cadmio, vetro e tonnellate di bottiglie di plastica

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Sassari Sopra c’erano le bottiglie, il vetro, le etichette, le bollicine di un’acqua che per generazioni è stata un pezzo di Sardegna. Sotto c’era altro. C’erano plastica e vetro sepolti, ceneri, rifiuti bruciati, fanghi scaricati direttamente sul terreno. C’era arsenico in concentrazioni fino a 560 volte superiori alla soglia di contaminazione. C’erano cadmio, berillio, vanadio. E c’erano diossine oltre quattordici volte il limite. Una specie di seconda San Martino, invisibile e clandestina, cresciuta centimetro dopo centimetro per trent’anni sotto quella conosciuta da tutti. È la fotografia scattata dal Nucleo operativo ecologico dei carabinieri di Sassari nello stabilimento dell’acqua di Codrongianos. I militari, che dipendono dal ministro dell’ambiente e hanno competenze giurisdizionali sulla provincia di Sassari, Nuoro, Olbia Tempio e parte di Oristano, hanno scritto 4 pagine, una serie di numeri e una definizione che non lascia dubbi: «Grave e diffuso inquinamento del suolo e del sottosuolo».

Gli accertamenti del Noe

Secondo gli accertamenti svolti dal Noe e dal consulente tecnico della Procura, le condotte contestate si sarebbero protratte dall’agosto del 1994 fino al 3 aprile 2025, giorno della dichiarazione di liquidazione giudiziale della società. Più di trent’anni. Il catalogo è semplice: abbandono, interramento e combustione di rifiuti plastici e vetrosi. E poi lo sversamento sul terreno dei fanghi prodotti dal processo di deferrizzazione dell’acqua. Tradotto: una bomba ecologica. Nelle viscere dello stabilimento della San Martino Srl si è sotterrato di tutto. E a questo punto arriva inevitabilmente la domanda: e l’acqua che abbiamo bevuto? Bisogna fermarsi ai fatti. Il documento del Noe parla di contaminazione del suolo e del sottosuolo. Non riporta un solo valore fuori norma riferito all’acqua minerale imbottigliata. Non contiene analisi delle sorgenti o dei pozzi di captazione che documentino contaminazioni. Non dice che la falda utilizzata dall’azienda fosse compromessa. E soprattutto non dice che arsenico, diossine o le altre sostanze trovate nel terreno siano finiti nelle bottiglie. Gli 11.243 milligrammi di arsenico, dunque, sono stati misurati nel terreno, non nell'acqua. È una differenza enorme. Insomma non è detto che per trent’anni i sardi abbiamo bevuto “veleno”. Ci sono anche due elementi rassicuranti. Le sorgenti si trovano a distanza dalle aree dello stabilimento inquinate e sulle acque venivano eseguiti periodicamente controlli dell’Istituto zooprofilattico di Sassari. Ma per trasformare questa rassicurazione in una certezza servono le carte: i risultati di quelle analisi e la ricostruzione idrogeologica del sito. Perché sotto terra la distanza non è sempre quella che appare in superficie. Conta dove passa la falda, quanto è profonda, quali rocce attraversa, in quale direzione scorre e se esiste una comunicazione fra l’area contaminata e l’acquifero delle sorgenti. Ed è qui che la storia potrebbe avere ancora qualche pagina da scrivere. Per mettere invece nero su bianco questo scempio ambientale, è bastato scavare.

I veleni interrati

Nel magazzino di produzione il terreno è mescolato ai rifiuti per uno spessore che arriva a un metro e mezzo: 500 mq interessati, tra 500 e 750 mc di materiale. Nella pineta i rifiuti scendono fino a un metro sotto terra e occupano una superficie tra 300 e 400 mq. Nel magazzino di stoccaggio sono stati trovati rifiuti interrati e ceneri di combustione fino a 50 centimetri di profondità. Poi ci sono i numeri della chimica. Le diossine e i furani raggiungono nell’area del magazzino di produzione i 144 nanogrammi I-TEQ per chilo. Il limite è 10: più di 14 volte tanto. Nel depuratore l'arsenico arriva a 86,83 milligrammi per chilo contro una soglia di 20. Nell'area delle cisterne e della produzione sale a 1.270,90. Oltre 60 volte il limite. Ma il record sta altrove. È nell'area del deferrizzatore, proprio dove venivano scaricati i fanghi. Arsenico: 11.243 milligrammi per chilo. Il limite è 20. Parliamo di 560 volte di più. Nello stesso terreno il berillio arriva a 27,63 milligrammi contro un limite di 2; il cadmio a 64,79 contro 2; il vanadio a 119,77 contro 90.

L’inchiesta: due indagati

Per decenni San Martino aveva raccontato tutt’altra geologia. Quella buona. L'acqua che attraversa le rocce, raccoglie minerali, acquista quel sapore così particolare. Adesso la geologia presenta il conto dall'altra parte. E il conto passa ai tribunali. I giudici e le carte, ora, provano a rimettere in fila i nomi e le responsabilità del disastro. La Procura di Sassari metterà sotto accusa la gestione storica della società, iscrivendo nel registro degli indagati Giovanni e Luca Simula, gli amministratori delegati che si sono avvicendati al timone della “San Martino Srl” dal 1994 fino al giorno del fallimento. L'atto dei carabinieri del Noe è piombato come una tegola sui tavoli dell'Assessorato regionale all'Ambiente, del Comune di Codrongianos, della Città Metropolitana e del Ministero, tracciando la rotta per una battaglia legale inevitabile. Con tutta probabilità saranno proprio gli enti locali a doversi costituire parte civile in un futuro processo, a difesa di un territorio ferito. Ma il vero nodo adesso è chi pulirà questo scempio. La legge parla chiaro: gli oneri di bonifica e messa in sicurezza spettano a chi ha inquinato, e il Comune si appresta a firmare l'ordinanza a carico degli ex amministratori e della curatela fallimentare. Se i privati non pagheranno, dovranno farlo le casse pubbliche, rivalendosi poi sul patrimonio sequestrato.

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