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L’intervista del sabato

I Sa Razza si raccontano: «Il nostro Sulcis delle miniere deve riprendersi la sua identità»

di Paolo Ardovino
I Sa Razza si raccontano: «Il nostro Sulcis delle miniere deve riprendersi la sua identità»

Pionieri del rap in Sardegna, pubblicano un nuovo album, “Islanders veri”: la lingua sarda, il mercato musicale, fare rap a 50 anni, com’è cambiata l’isola

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Il titolo offre due letture. “Islanders veri” è una dichiarazione di appartenenza all’isola, ma se letto con la pronuncia inglese vuol dire anche che Alessandro Sanna e Fabio Leoni, cioè Quilo e Ruido, si sentono highlander. «Non ci sentiamo meglio di altri, ma di fatto siamo stati i primi ad aver diffuso il rap in sardo campidanese. Molti parlano di storia, noi dalle strade di Iglesias abbiamo fatto la storia». I Sa Razza sono tornati. Con un album a trent’anni di distanza dal primo. Quando in America si cantavano le canzoni di Tupac, Snoop Dogg e Ice Cube, l’Italia conosceva il rap della West coast anche grazie ai Sa Razza. Ma non è solo musica, ammesso che sia mai stato così. Dentro, oggi, ci sono le storie di due adulti che non si sentono troppo grandi per le rime, al contrario prendono la materia molto seriamente. E l’isola vista dal Sulcis è una terra «che deve riprendersi la sua dignità».

Loro con un disco uscito da poche ore – dentro ci sono anche Guè, Neffa, Jake La Furia, Vacca – ridanno dignità alla lingua sarda e lanciano un appello a Regione e amministrazioni locali: «Date voce agli artisti sardi».

“Islanders veri” è un ritorno: chi sono oggi i Sa Razza?

Quilo: «Siamo quelli di sempre, ma con un bagaglio di esperienza in più che sicuramente ci ha permesso di affrontare questo progetto. Siamo sempre nei rioni, la musica non ci ha mai arricchito, tra alti e bassi però siamo sempre riusci a stare in piedi. Come dice Ruido, siamo sopravvissuti agli urti della vita. Ma anche al mercato musicale. È decisamente cambiato. Chi sono i Sa Razza? Visionari che sperimentano dentro la cultura hip hop».

Ruido: «Siamo Fabio e Alessandro, con la consapevolezza di due persone adulte che hanno lavorato tanto per continuare a sognare e a credere nella nostra arte. Sicuramente non avrei mai immaginato di fare un disco di questa portata a questa età».

Avete presentato questo lavoro facendo uscire un singolo al mese, come mai questa formula?

Quilo: «Non abbiamo deciso tutto da soli. È una strategia classica di questi tempi, anche perché avevamo bisogno di ritornare e raccontare nel tempo cosa sarebbe successo. Sono sei i singoli usci e tutti sono di qualità: con Vacca, Sud sound system, Tormento, Natty Sam e Doll Kill. E poi Guè che è salito a bordo della Ford scorpio epica».

Ruido: «Scontrandoci con il mercato discografico attuale, è stato fondamentale avere una guida. Questa guida è arrivata grazie alla Thaurus publishing nella persona di Stefano Tascio, che ci ha aiutato a capire meglio le dinamiche odierne e a farle nostre senza snaturarci».

E oggi come nascono le collaborazioni tra artisti?

Quilo: «Lavorare a questo disco è stato un lavoro lungo e impegnativo. Certamente non siamo più i ragazzini di un tempo quindi abbiamo giocato a tetris con il nostro tempo. Le collaborazioni sono nate in modo non calcolato. Avremmo voluto inserire tanti artisti sardi, ci sarà tempo».

Ruido: «Se penso alla collaborazione più assurda e inaspettata, dico con Jake La Furia, a cui è bastato inviare un messaggio su instagram senza aspettative. Abbiamo scoperto che era un fan di “Wessisla” e che avrebbe accolto il nostro invito senza esitazione. Aggiungo che ha fatto una strofa epocale».

A giugno siete stati protagonisti dell’iniziativa “Limbas chi currint” a Sassari. Cosa significa portare avanti una missione? Nel vostro caso quella di unire il rap alla propria lingua.

Quilo: «È stata una manifestazione unica nel suo genere, la prima volta che numerose crew che hanno sempre fatto il rap in lingua si sono ritrovate insieme grazie alla Fondazione Maria Carta. Spero che sia l’inizio di qualcosa. La lingua sarda è di fondamentale importanza e il rap è un mezzo potente per veicolare messaggi. “Islanders veri” non è un disco tutto in lingua sarda, ma nelle tracce non manca mai. Quel che dico è: studiamo la lingua e diffondiamola senza folklorizzarla, rendendola viva perché è sempre stata una ricchezza e non un limite».

Ruido: «Realtà come il festival a cui abbiamo partecipato devono crescere e diffondersi. Nel mio percorso, anche professionale, do sempre spazio a questa missione».

Che terra è il Sulcis Iglesiente?

Quilo: «Meravigliosa, con un patrimonio naturalistico e storico econome. Iglesias è una città antica, con una storia di grande cultura; quando si è giovani si tende a denigrare il posto dove si è cresciuti, poi si inizi a studiare e vedere le cose in maniera diversa. Il Sulcis resta però una zona con molta disoccupazione. Le miniere hanno creato la nostra identità operaia, ma ci hanno fatto capire anche cosa c’era di sbagliato. Il Sulcis dovrebbe lottare per i suoi valori e riprendersi la propria dignità».

Ruido: «Il nostro orgoglio, la nostra casa e il nostro stemma. Abbiamo omaggiato il Pan di Zucchero in copertina per ricordare da dove veniamo e dove viviamo. Iglesias negli anni è cresciuta tanto, non è più solo la città delle sette chiese, ora è anche una meta turistica».

Torniamo al 1996, esce l’album “Wessisla”. Chi eravate?

Ruido: «Due giovani sognatori con voglia di esprimersi, senza aspettarsi nulla in cambio».

E com’era il rap quando non andava di moda?

Quilo: «Erano anni d’oro, la golden age del rap italiano e sardo. Non avevamo i social e i balletti di tiktok. C’erano le jam, il rap non aveva un mercato definito. “Wessisla” da molti pseudo-puristi era considerato “eretico”, oggi lo considerano un capolavoro del G-funk ardo e italiano. Noi eravamo quelli che parlavano alle capre, storti dal mirto (riferimento a due singoli di quell’album, ndr), anche quelli che ascoltavano davvero il funk e il soul».

Gli artisti sardi si sentono tutelati e promossi abbastanza nella propria isola?

Quilo: «Le istituzioni sarde dovrebbero premiare chi usa la nostra lingua e le sue varianti, soprattutto chi la valorizza con la musica contemporanea».

Ruido: «Se devo dire una cosa alle istituzioni: fate lavorare e suonare gli artisti sardi almeno la metà di quanto importate dalla penisola».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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