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Contro lo spopolamento

Il piano della Regione, 30mila euro a chi torna in Sardegna. I giovani sardi fuori: «I soldi non sono tutto, vogliamo servizi e possibilità»

di Paolo Ardovino
Il piano della Regione, 30mila euro a chi torna in Sardegna. I giovani sardi fuori: «I soldi non sono tutto, vogliamo servizi e possibilità»

La misura annunciata dalla presidente Todde vista da chi da anni abita lontano dall’isola

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Sassari «È incredibile che mi abbia scritto proprio adesso! Un amico mi ha appena inviato il link con l’annuncio della Regione, stavo guardando questa iniziativa e mi sembra interessante», risponde Tiziano Dessena, 33 anni, olbiese. Visual e brand designer, il suo studio grafico gli permette di lavorare da remoto e lui da alcuni anni ha scelto l’Emilia-Romagna. «Abito a Parma» insieme alla fidanzata che studia, anche lei olbiese. Un amico ha pensato a lui, con questa novità del piano di rientro dei giovani sardi under 40, perché «io vorrei sempre tornare. Un pezzo di cuore è in Sardegna in ogni momento».

L’assegno da 20mila euro, quando apriranno l’avviso pubblico per le domande, sarà come la bistecca che penzola sul naso. Ma in realtà Tiziano, e tanti altri sardi nella sua situazione, potrebbero tornare a casa anche senza incentivo, in teoria. «Posso lavorare a distanza, ma la differenza è proprio qui: il tessuto economico del contesto. La quantità di aziende e contatti». Quando lavorava come grafico nella sua isola, spiega, era al servizio di «micro imprese e imprenditori che non destinavano budget per curare la propria immagine». A Parma ha trovato aziende con grandi fatturati e grandi visioni. Per cui i 20mila euro potrebbero essere un buon inizio, ma poi? «Quei soldi non devono diventare il paracadute per permetterti di resistere alla diminuzione di lavoro. Sarebbe molto più prezioso avere un sistema che ti consente di lavorare nel modo migliore, per te e per l’economia locale».

Antonio Solinas, 30 anni, sette ore di auto più lontano, definisce la sua isola «una gabbia dorata». Quella di cui è riuscito ad allargare le sbarre per fuggire. Direzione Montpellier. Vive lì dal 2022, «stavo per laurearmi in psicologia, ma lavoravo già nell’informatica. Ho ricevuto un’offerta su Linkedin» da una multinazionale del settore che nel giro di poco tempo lo assume e gli chiede di trasferirsi da Porto Torres al sud della Francia.

«Mi manca vivere la mia identità sarda, soffro nello stare lontano, però credo sia una grande ipocrisia dire che tutto il mondo è paese. Non è così: qui è più facile spostarsi, viaggiare, avere servizi, una sanità pubblica che funziona». Anche lui è nel club dei sardi che, avendo una bacchetta magica – che sappia aggiustare un bel po’ di cose –, tornerebbe all’istante. «Sono già motivato a farlo, non conto di restare qui tutta la vita». Diciamo che certi pregiudizi sulla Francia, Antonio li sta vivendo in prima persona. Ma? «Quello che mi motiverebbe del tutto non sarebbero trentamila euro, ma la garanzia di un mercato del lavoro reale e una rete di trasporti che garantisca continuità». Senza considerare che per uno che oggi vive all’estero, «trentamila euro è una cifra inferiore a un anno di stipendio». È interessante osservare le riflessioni di giovani sardi ai quali l’annuncio della delibera promossa dalla presidente Alessandra Todde è arrivato da lontano. Qualcuno rientra appieno nella misura, qualcun altro no ma si diverte a immaginarne gli effetti.

Giovanni Cucca, 28 anni, di Siniscola, ormai milanese da otto anni, ha studiato oltremare, ha fatto stage e tirocini e poi è stato assunto da un gigante nel settore dei servizi alle aziende. Settore sostenibilità. Il bando «può essere attrattivo per chi delocalizzerà la propria impresa in Sardegna. Personalmente non è attrattiva come proposta, al di là dei soldi cosa c’è?». Sarà l’abitudine all’efficienza. Poi il parere illustre, della curatrice d’arte e project manager Eleonora Angiolini. Sassarese di 39 anni, da quando ne aveva 18 gira tra Milano e gli Usa. Da poco ha avviato progetti di residenze (ma per artisti, si intende) e mostre a Martis e Laerru. Bello ma non ci vivrei. «La misura della Regione secondo me non prende in considerazione la reale situazione della Sardegna: nel mio settore è difficile progettare, trovare fondi e strutture, come farei?».

Propone già iniziative d’arte nell’isola, «ma non riuscirei a pensare di tornarci stabilmente – osserva –. Non riesco a immaginarmi in un piccolo centro con il terrore di andare a fare una visita medica» perché magari trova l’ambulatorio chiuso. Oppure aperto, ma senza medico. «È positivo aver pensato a un contributo, ma sarebbe un problema anche dover mantenere la propria residenza per cinque anni: il mercato del lavoro è cambiato, a meno che uno non abbia un posto statale è probabile debba muoversi, anche per crescere di livello». Lei ha già tentato il volo di ritorno, ma ha trovato «stipendi bassi e posizioni lavorative non convenienti. La Sardegna dovrebbe aperta ad accogliere, semmai, le idee. E creare una progettualità su queste». 

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