Una fuga di gas e fu una strage
L’esplosione nello scantinato di una tabaccheria aveva provocato quattro vittime e 44 feriti
SASSARI. Sono trascorsi 35 anni dalla tragedia di via Cesare Battisti. Una tragedia che nessuna amministrazione ha mai pensato di ricordare, magari con un targa affissa sul luogo dell’esplosione. Come chiede un gruppo di residenti proprio del centro storico.
Sono le 18,45 di un tranquillo pomeriggio di maggio. Il 17 maggio del 1979. Una serata come tante altre nell’animato centro storico. Il Corso, piazza Azuni e via Cesare Battisti sono pieni di gente. All’improvviso un rumore sordo, sembra quasi che la terra tremi. Meno di un secondo dopo si sente un boato: dal tabacchino, a pochi metri da piazza Tola, vengono “sparati” frammenti di vetrine, pezzi di travertino, parti di arredi della rivendita. Decine i passanti colpiti dai i calcinacci: alla fine si conteranno 44 feriti. «Quel pomeriggio stavo andando a fare un corso alla Camera di commercio, quando in viale Umberto ho visto sfrecciare l’autobotte dei pompieri. Ho pensato a un incidente nella parte bassa della città, ma solo dopo una mezz’ora ho saputo dell’esplosione». Carlo Visnovitz è il figlio di Silvio, allora titolare del bar di via Roma, uno dei locali più conosciuti di Sassari. Ora vive e lavora a Orvieto ma è intenzionato a rientrare definitivamente a Sassari. «Mentre stavo seguendo il corso è entrato un mio amico, Sandro Sini che era anche l’allenatore di basket di mio figlio – racconta – e mi ha detto che c’era stato un grave incidente al tabacchino di via Battisti. Siamo andati via rapidamente, siamo passati un attimo a bar e poi abbiamo provato a raggiungere via Cesare Battisti in auto. Ma già all’altezza dell’incrocio fra via Cavour e via Cagliari era tutto bloccato. Tagliando per le stradine del centro storico ho raggiunto via Battisti e allora ho visto il macello».
In alcuni negozi la pavimentazione ha ceduto, all’interno della tabaccheria il pavimento è sprofondato. Si soccorrono i primi feriti: arrivano i vigili del fuoco e le prime ambulanze. Nel frattempo un uomo, un dipendente comunale, si è letteralmente infilato in quello che una volta era il tabacchino di Silvio Visnovitz e, prova a soccorrere i feriti. Con il determinante aiuto dai vigili del fuoco, tira fuori da quel buco nero una giovane donna, una pensionata, Maria Sanna di 70 anni, amica di Maria Morittu, titolare dell’adiacente gioielleria, anche lei ferita nel crollo. La pensionata morirà qualche ora dopo in ospedale. Sotto le macerie è invece rimasto Claudio Pintore, 33 anni, futuro genero di Silvio Visnovitz. Il dipendente comunale, il cavaliere Giuseppe Pinna, per quel gesto di coraggio verrà poi premiato dall’amministrazione municipale. Nel frattempo in via Cesare Battisti sono arrivate centinaia di persone. Molti sono semplici passanti, molti i curiosi. E mentre si portano via io feriti (fra i quali un bambino di tre-quattro anni, ustionato dall’esplosione) si cerca di capire che cosa possa aver provocato lo scoppio. E tutti pensano a un attentato.
Minuti terribili, racconta ancora Carlo Visnovitz, perché non riusciva a trovare la sorella. «Ho visto mio padre (Silvio, ndc) e subito gli ho chiesto di mia sorella – ricorda – e quando lui mi ha detto che lei era al bar sono quasi impazzito. Perché io arrivavo dal bar di via Roma e mia sorella non c’era. Era stata un’incomprensione: mia sorella era realmente al bar, ma uno vicino a via Cesare Battisti. Era sana e salva. Solo allora ho chiesto a mio padre chi ci fosse dentro il tabacchino e lui mi disse che c’era Claudio (Pintore) con un’altra persona. Solo due giorni dopo abbiamo saputo che le vittime erano quattro e i feriti 44. Sì, anch’io in un primo momento ho pensato a un attentato ma poi era emersa un’altra realtà». Sono gli Anni di Piombo, Aldo Moro è stato assassinato poco più di un anno prima, i terroristi rossi e neri sembrano ancora imprendibili o quasi. La famiglia Visnovitz è titolare del Bar Silvio, in via Roma, a pochi passi dalla sede dell’Msi. Il “bar dei fascisti” e tutti pensano a un attentato dinamitardo. Il terribile sospetto dura poco: già a mezz’ora dall’esplosione si individua la causa dello scoppio. Una perdita di gas da una condotta che passa davanti al tabacchino, gas propano (aria propanata) che più pesante dell’aria si è depositato sotto la tabaccheriaIntanto la conta dei feriti si fa più lunga, ormai sono più di trenta. Ma proprio fra i feriti leggeri, alcuni ricordano o credono di ricordare due ragazze all’ingresso della tabaccheria. Nessuno è certo della loro presenza. I corpi delle due giovani, abbracciate, verranno recuperati due giorni dopo l’esplosione: Elisabetta Accalai, 29 anni, originaria di Sedilo ma residente a Macomer è morta sul colpo, schiacciata da un masso; Domenica Brundu, 19 anni, di Ploaghe, è invece morta per asfissia. Le due giovani erano amiche e solo qualche giorno prima avevano preso parte a un concorso per infermiere. Il bilancio definitivo sarà di quattro morti e 44 feriti.
