Uccise l’amante, spara a una poliziotta

Costantino Carta di Ittiri rinviato a giudizio a Padova: l’11 giugno del 2014 ha esploso tre colpi e ferito gravemente la donna

PADOVA. Il 30 luglio 1996 aveva assassinato l’amante Maria Teresa «Tesa» Carboni con un colpo di pistola alla nuca sparato a bruciapelo. Lei, una sassarese sposata e con quattro figli, era decisa a chiudere quella storia clandestina. Lui non voleva che la relazione finisse e così l’aveva punita con la morte. Nel giugno 1999 era diventata definitiva la condanna a 25 anni di carcere per Costantino Carta, classe 1960, da allora noto alle cronache come il “pastore assassino di Ittiri”. L’11 giugno 2014 l’uomo, fino ad allora detenuto modello nel carcere Due Palazzi di Padova tanto da conquistarsi un permesso premio, ha provato di nuovo a uccidere. E sempre una donna: un’agente di polizia penitenziaria in servizio nella sezione del carcere dove era detenuto.

Un’agente padovana di 55 anni, oggi viva per miracolo, scampata alla morte dopo essere stata bersaglio di tre colpi di pistola alla testa. Per quest’ultima aggressione Costantino Carta, attualmente detenuto nel carcere Mamone a Nuoro, sarà processato davanti al tribunale di Padova il 4 luglio. Ieri mattina il gup Domenica Gambardella ha accolto la richiesta di rinvio a giudizio formulata dal pubblico ministero Federica Baccaglini che ha contestato a Carta il tentato omicidio, il porto in un luogo pubblico di un’arma clandestina in origine a salve (un revolver Bruni modello Olympic 38 calibro 380 Knall) poi modificata per trasformarla in un’arma comune da sparo capace di deflagrare munizioni calibro 6,35 Browning, infine la detenzione di cartucce calibro 6.35, in tutti i casi con l’aggravante di aver commesso il fatto mentre era ammesso al regime di detenzione domiciliare per alcuni giorni grazie a un provvedimento del magistrato di Sorveglianza datato 19 maggio 2014. Una detenzione che stava trascorrendo nella comunità l’Oasi di Padova, gestita dai padri Mercedari, palcoscenico di un delitto avvenuto il 6 novembre 2015: la vittima – singolare coincidenza – è Antonio Floris, detenuto sardo di 61 anni originario di Desulo, ammazzato a bastonate in testa da un altro detenuto (si sospetta il siciliano Santino Macaluso, già pluriomicida).

Sono stati i punti oscuri della vicenda che il processo potrà (e dovrà) chiarire. La vittima - che è ancora in malattia e non si è costituita parte civile, pur rappresentata in aula come parte offesa dall’avvocato Marta Bezze - ha sempre negato una relazione sentimentale o di semplice amicizia con il detenuto. Anzi, interrogata dalla polizia, aveva raccontato di essere stata da lui più volte offesa durante il servizio ma di aver lasciato perdere per il quieto vivere. «Quel giorno mi telefonò... non so come avesse il mio numero di cellulare» aveva dichiarato agli investigatori, «Mi chiese di andarlo a prendere nel centro commerciale “Piazza Grande” a Piove di Sacco. Mi fece pena e ci andai». In auto la donna avrebbe ricevuto la telefonata di un amico marocchino: la vittima aveva spiegato che l’episodio avrebbe fatto scatenare la gelosia di Carta, deciso a volere fare sesso. Lei, prendendo tempo, lo avrebbe accompagnato a casa sua e qui, di fronte al diniego di rapporti, Carta le avrebbe sparato. Salvo poi, intorno alle 19.30 di quell’11 giugno, accompagnarla al Pronto soccorso dell’ospedale Sant’Antonio dove si erano presentati insieme. Il pm, comunque, non ha creduto alla violenza sessuale. L’imputato ha sempre detto di essere andato a fumare una sigaretta in cortile e lì avrebbe scoperto la donna riversa a terra, insanguinata. Secondo la sua versione, l’agente si era sparata da sola. La 55enne era stata sottoposta a un intervento neurochirurgico: una ogiva era stata estratta nella regione temporale posteriore della testa, una seconda non aveva penetrato l’osso del cranio nella zona occipitale sinistra perché la donna s’era protetta con la mano; un terzo colpo l’aveva ferita al volto.

WsStaticBoxes

Necrologie

WsStaticBoxes