Fase 2 a Sassari, tra altalene e dita nel naso le regole le dettano i bimbi

Le aree giochi sono zone franche dove le precauzioni covid non esistono. Niente mascherine ma partite a pallone, mani sporche e genitori poco attenti

SASSARI. Si arriva con la mascherina di serie, e il solito rosario di raccomandazioni per i bimbi. «Non appiccicatevi troppo, niente mani in bocca, state attenti». Poi non appena si varca il confine e si mette piede sull’erbetta, ogni regola d’ingaggio decade, e i parchi pubblici per i bambini diventano zone franche da vivere senza regole.

Area verde sul ciglio della Buddi Buddi, ore 19,30, una concentrazione antropica che vira decisamente verso l’assembramento. Le mascherine riposano in tasca, nelle borsette o al massimo penzolano nel collo. Nasi e bocca assaporano la brezzolina della ritrovata libertà.

I più eccitati da questa overdose di indipendenza sono naturalmente i bambini.

Un paio hanno la maglietta di Cr7, un altro la t-shirt azzurra della nazionale, avranno dai 7 ai 9 anni, e con due alberi da un lato e due tronchi dall’altro, hanno individuato le porte e delimitato il loro campo di calcio. La tecnica è un po’ da affinare, pochi dribbling e molti contrasti, questi piccoli taglialegna ci vanno giù pesante. A rimetterci, puntualmente, è il più piccolo della squadra, che alla terza “puntazza” sullo stinco invoca l’espulsione e scoppia a piangere. Gli occhi come un ruscelletto e tutte le raccomandazioni anticovid di mamma svaporano all’istante: manine a sfregarsi le palpebre, e candela di moccio che cola. I compagni di squadra, lo consolano, lo abbracciano e gli allungano una carezza sulla guancia.

Altra regola dei giardini attrezzati: mai lasciare i propri giochi incustoditi. Ci sarà sempre il piccoletto che si impossessa della bici per fare un giretto, o prende il monopattino abbandonato, o salta sullo skate dell’amichetto distratto. I bimbi prima imparano a dire “è mio” e poi pronunciano la parola “mamma”. Hanno il concetto di proprietà marchiato a fuoco nel dna. Puntualmente lo fanno valere pestandosi con i genitori. A pensarci bene, a livello subliminale, sarebbe pure un discorso di sicurezza. Della serie: quello mi frega la bici, tocca le manopole con le manine infette, poi ci rimetto le mani io e mi becco il virus. Ma nulla, i genitori non colgono mai questi slanci di lungimirante maturità. La raccomandazione resta la solita: «Dai, non fare così, ricorda che i giochi si condividono sempre». Non nella fase 2, dovrebbero rispondere i bimbi: nella fase due la parola d’ordine è avarizia, braccine corte, e che ognuno si tenga le proprie cose.

E poi ci sono gli scivoli e le altalene, con decine di polpastrelli che lucidano le stesse superfici, e poi finiscono in bocca e nel naso. E dentro questa fantastica prateria solcata da un’infanzia senza redini, viene da pensare al paradosso dei tanti paletti conficcati qualche metro più in là, nel mondo dei grandi. Nelle scuole, dove le classi saranno dimezzate e sarà obbligatoria la mascherina. O nelle società sportive, dove ogni bimbo dovrà giocare a basket col proprio pallone ed evitando il contatto fisico. Insomma, dentro l’oasi dei parchi ci si azzuffa allegramente, ci si arrampica sui castelli sfiorandosi, con la scusa che ogni genitore dovrebbe badare alla sicurezza, sorvegliare con il righello per garantire le distanze. Ma la mamma che vuol tenere in una campana di vetro il figlio, l’ultimo posto dove lo porta è un mondo fatto di tentazioni, mescolanza di abbracci, intrugli di germi, grida, e bava micronizzata. Se lo accompagna al parco, è proprio per farlo evadere dalla prigione di restrizioni, sguinzagliarlo, farlo sfogare. E concedersi anche lei un’ora d’aria.

Prendete il piccolo Emanuele. Avrà quattro anni ed è nella fase dell’esplorazione. Il naso, si sa, nasconde una infinità di tesori da scoprire. Con l’indice trivella la narice e poi tira fuori il polpastrello appiccicoso. Lo guarda pensieroso e soddisfatto. Un minuto dopo è lì che lo spalma l’indice radioattivo sulle catene dell’altalena, dondolando su e giù, sopra questa vertigine di mondo affacciato sulla normalità.

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