Caccia ai finanziamenti per salvare il Vanni Sanna

Ieri il sopralluogo nello stadio cittadino, che cade letteralmente a pezzi Il vicesindaco Meazza: «Pronti a qualsiasi soluzione, anche con i privati»

SASSARI. Blasone e calcinacci, rimpianti e possibilità. Cade a pezzi il vecchio Acquedotto, abbandonato a se stesso da lustri e specchio di una città che non sa valorizzare i suoi tesori. Ma fa intravedere anche cosa, con interventi dal costo tutto sommato ragionevole, potrebbe diventare. Interventi che l’amministrazione si dice pronta a mettere in campo, o andando di nuovo a caccia di fondi regionali e statali, magari connessi alla ricostruzione post-Covid, o aprendo alla collaborazione con i privati.

Parola del vicesindaco Gianfranco Meazza, che ieri mattina insieme alla IV commissione presieduta da Giommaria Ventura, ha girato in lungo e largo il malandato “Vanni Sanna”, annotandone pregi, difetti e criticità. «Negli ultimi cinque anni - ha chiosato Meazza – su questo impianto non è stato messo un euro. Negli ultimi 10 poco più di 600mila, tirati fuori quando la Torres venne promossa in Lega Pro e si dovette procedere ai frettolosi adeguamenti. A mancare è stata la manutenzione ordinaria, e questo ha causato danni straordinari, che ora dobbiamo trovare il modo di riparare».

Modo che potrebbe essere contenuto nel progetto “Stadio Covid-free” annunciato dal presidente della Torres Salvatore Sechi. Che, nei giorni scorsi, ha incontrato il sindaco Nanni Campus e, dopo avergli chiesto per l’ennesima volta la gestione diretta dell’impianto, ha proposto di riaprire la “gradinata” e riportare la capienza dello stadio a 10mila posti, da ridurre poi a 5mila a distanza anti-Covid. Il tutto contenuto in un progetto esecutivo delle manutenzioni, che la società rossoblù presenterà a Palazzo Ducale la prossima settimana. «Aspettiamo le “carte” dai fruitori dell’impianto – ha commentato Meazza – per esaminarle insieme. Non chiudiamo a nessuna soluzione».

Ed effettivamente, mentre si salta dai buchi della copertura della tribuna, al prato di fatto irrecuperabile, facendo lo slalom tra immondizia e calcinacci, quasi tutti restano sorpresi nell’apprendere che la storica gradinata, seppur decadente e abbandonata, in realtà non ha nessun problema strutturale. È stata chiusa semplicemente per far calare la capienza e con essa le stringenti prescrizioni dell’allora decreto Pisanu: tornelli e telecamere, vie di fuga e dispositivi di sicurezza. «Per rimetterla in piedi insomma basterebbero interventi di manutenzione ordinaria – chiede Mariolino Andria – e tutto lo spazio usato potrebbe essere guadagnato per avere un impianto sicuro per il Covid». «Che potrebbe anche – gli fa eco Mariano Brianda – ospitare eventi non solo sportivi, anche con grandi numeri. E tornare ad essere finalmente un punto di riferimento per la città».

Spiccioli di brain storming in cui assessore, dirigente, tecnici e commissari si esercitano mentre passeggiano nella storica curva Nord, e da lì scendono negli spogliatoi inondati dall’acqua delle ultime piogge e invasi dalla muffa. «Il problema – spiega il dirigente del Settore – è che molti lavori sono stati fatti in fretta e furia nell’estate del 2013, con soluzioni spesso non condivisibili, che non hanno comunque risolto i problemi alla radice». E dunque negli spogliatoi continua a piovere dentro, e umidità e muffa mai “trattati” sgretolano i muri. I bagni della curva, e anche sotto la gradinata, ci sono, ma sono abbandonati, vandalizzati, chiusi. Il tetto della tribuna coperta ha un collaudo del 2015, e nessuno scommette sul fatto che ne passerebbe un altro senza importanti interventi. L’area caldaie fa rifatta, così come l’impianto di illuminazione e le vie di fuga. E l’elenco potrebbe continuare a lungo, come in qualunque edificio che da 10 anni non vede manutenzioni né interventi. Le soluzioni: «Le troveremo – chiude Meazza – è una priorità».

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