Al Pronto soccorso di Sassari: «Otto ore nel caos della sanità»
di Luigi Soriga
Il racconto di una paziente positiva al Covid: «Tutti nella stessa saletta, anche chi non sapeva l’esito del test»
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SASSARI. Vivere l’emergenza Covid sulla propria pelle, in una giornata di ordinaria follia di un pronto soccorso, è l’unico modo per comprendere il cortocircuito in atto nella sanità.
Maria Laura P. ha 37 anni, è immunodepressa ed è positiva al Covid. Due giorni fa ha accusato difficoltà respiratoria, ha chiamato il 118, e l’ambulanza l’ha accompagnata al pronto soccorso alle 13,20. Tornerà a casa alle 21.30. «Queste otto ore mi hanno lasciato addosso una bruttissima sensazione: quella di stare in un posto che avrebbe dovuto proteggermi, ma che non è più in grado di farlo. Perché ti senti abbandonata, quasi in colpa per aver contratto il virus, con il personale sanitario talmente stressato dalla mole insostenibile di lavoro, da dimenticare talvolta la paura e il disagio dei pazienti».
«Ci hanno fatto accomodare nella vecchia saletta prima riservata ai parenti. Eravamo una decina, alcuni dei quali già col responso positivo del tampone, ma altri in attesa dell’esito. Quindi potenzialmente sani, ma con probabilità di rimanere contagiati da questa promiscuità in un ambiente comune. Tra noi c’erano anche anziani che aspettavano di conoscere i risultati del test. E sono persone che io potrei aver messo in pericolo».
«C’era un solo bagno a disposizione ed è stato utilizzato diverse volte. Sono rimasta sette ore lì davanti, e non mi risulta sia mai stato sanificato. Anche quando sono andata io, non ho poi visto nessuno che andasse dentro con disinfettanti per renderlo fruibile in sicurezza. Accanto al lavandino c’era il dispenser, ma l’igienizzante era già vuoto».
«A un certo punto c’era una paziente in sedia a rotelle, e dopo tante ore aveva bisogno di entrare in bagno. Ci ha provato diverse volte, sbattendo con la ruota alla porta. Ha chiamato anche le infermiere, ma in quel momento non c’era nessuno. Quindi, stando attenta a non toccarla, l’ho aiutata io».
«Siamo rimasti tutti senza mangiare, senza bere e senza medicine per moltissime ore. Lo stress è talmente forte che io mi sono addormentata, e non so nemmeno per quanto tempo. Poi mi hanno accompagnata per fare la tac: inondano il macchinario di disinfettante, e poi ci adagiano sopra un velo di carta. Quando ti appoggi, ti bagni completamente, e vai via che sei fradicio».
«La cosa che mi ha fatto più impressione è una signora anziana, sdraiata nella sala d’attesa su una barella, che è rimasta immobile per ore ed ore nella stessa posizione. Giuro che quando io sono andata via, e l’ho lasciata ancora lì, io non saprei dire se fosse viva o morta. Nessuno si è avvicinato per chiedere come stesse, per verificare che respirasse. Era vicino alla porta d’ingresso, in balia delle correnti, coperta solo da un lenzuolo. I piedi però restavano fuori, ed erano gelati. Ho tirato un po’ il lenzuolo e glieli ho coperti».
«Alla fine, verso le 21, ero talmente esasperata che non volevo nemmeno aspettare l’ambulanza. Sono andata via dal pronto soccorso con le mie gambe e le mie borse per il ricovero. Nessuno ha fatto obiezione, che un positivo potesse andare a zonzo per la città. Mi hanno suggerito di farmi venire a prendere da mio padre, tra l’altro positivo anche lui».
«Ecco, l’ultima cosa che mi auguro è che i miei genitori, che sono più anziani e più fragili, si trovino a dover vivere un’esperienza come la mia. Perché l’ospedale non è più un luogo che ti rassicura. Capisci che le regole sono saltate, che l’emergenza prevale su tutto, e tu sei in balia degli eventi».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Maria Laura P. ha 37 anni, è immunodepressa ed è positiva al Covid. Due giorni fa ha accusato difficoltà respiratoria, ha chiamato il 118, e l’ambulanza l’ha accompagnata al pronto soccorso alle 13,20. Tornerà a casa alle 21.30. «Queste otto ore mi hanno lasciato addosso una bruttissima sensazione: quella di stare in un posto che avrebbe dovuto proteggermi, ma che non è più in grado di farlo. Perché ti senti abbandonata, quasi in colpa per aver contratto il virus, con il personale sanitario talmente stressato dalla mole insostenibile di lavoro, da dimenticare talvolta la paura e il disagio dei pazienti».
«Ci hanno fatto accomodare nella vecchia saletta prima riservata ai parenti. Eravamo una decina, alcuni dei quali già col responso positivo del tampone, ma altri in attesa dell’esito. Quindi potenzialmente sani, ma con probabilità di rimanere contagiati da questa promiscuità in un ambiente comune. Tra noi c’erano anche anziani che aspettavano di conoscere i risultati del test. E sono persone che io potrei aver messo in pericolo».
«C’era un solo bagno a disposizione ed è stato utilizzato diverse volte. Sono rimasta sette ore lì davanti, e non mi risulta sia mai stato sanificato. Anche quando sono andata io, non ho poi visto nessuno che andasse dentro con disinfettanti per renderlo fruibile in sicurezza. Accanto al lavandino c’era il dispenser, ma l’igienizzante era già vuoto».
«A un certo punto c’era una paziente in sedia a rotelle, e dopo tante ore aveva bisogno di entrare in bagno. Ci ha provato diverse volte, sbattendo con la ruota alla porta. Ha chiamato anche le infermiere, ma in quel momento non c’era nessuno. Quindi, stando attenta a non toccarla, l’ho aiutata io».
«Siamo rimasti tutti senza mangiare, senza bere e senza medicine per moltissime ore. Lo stress è talmente forte che io mi sono addormentata, e non so nemmeno per quanto tempo. Poi mi hanno accompagnata per fare la tac: inondano il macchinario di disinfettante, e poi ci adagiano sopra un velo di carta. Quando ti appoggi, ti bagni completamente, e vai via che sei fradicio».
«La cosa che mi ha fatto più impressione è una signora anziana, sdraiata nella sala d’attesa su una barella, che è rimasta immobile per ore ed ore nella stessa posizione. Giuro che quando io sono andata via, e l’ho lasciata ancora lì, io non saprei dire se fosse viva o morta. Nessuno si è avvicinato per chiedere come stesse, per verificare che respirasse. Era vicino alla porta d’ingresso, in balia delle correnti, coperta solo da un lenzuolo. I piedi però restavano fuori, ed erano gelati. Ho tirato un po’ il lenzuolo e glieli ho coperti».
«Alla fine, verso le 21, ero talmente esasperata che non volevo nemmeno aspettare l’ambulanza. Sono andata via dal pronto soccorso con le mie gambe e le mie borse per il ricovero. Nessuno ha fatto obiezione, che un positivo potesse andare a zonzo per la città. Mi hanno suggerito di farmi venire a prendere da mio padre, tra l’altro positivo anche lui».
«Ecco, l’ultima cosa che mi auguro è che i miei genitori, che sono più anziani e più fragili, si trovino a dover vivere un’esperienza come la mia. Perché l’ospedale non è più un luogo che ti rassicura. Capisci che le regole sono saltate, che l’emergenza prevale su tutto, e tu sei in balia degli eventi».
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