Il pg: «Condannate il padre e chiamate il figlio in aula»

Un imprenditore è accusato di abusi sul suo bambino che all’epoca aveva 7 anni  Oggi è diventato un ragazzo e il collegio a giugno potrebbe decidere di sentirlo 

SASSARI. Il colpo di scena nell’aula della corte d’appello arriva al termine della requisitoria del procuratore generale Stefano Fiori che chiede da un lato la conferma della condanna – a otto anni anziché a sei – per un padre accusato di violenza sessuale nei confronti del figlio (che aveva 7 anni all’epoca dei fatti) e dall’altra invita i giudici, qualora lo ritengano opportuno (l’obiettivo è chiaramente quello di arrivare a una sentenza “oltre ogni ragionevole dubbio”) a chiamare a deporre in aula la presunta vittima, che oggi ha vent’anni. E se il collegio presieduto da Maria Teresa Lupinu deciderà di riaprire l’istruttoria figlio e padre potrebbero rivedersi, a distanza di moltissimo tempo, in un’aula di tribunale.

Sono infatti passati quattordici anni dall’incidente probatorio durante il quale un bambino di un paese del Sassarese, che in un primo momento aveva accusato il padre di pedofilia, aveva in qualche modo cambiato versione: «Mi ha fatto male con un coltello mentre dormivo».

Un racconto confuso nel quale il piccolo non aveva mai detto di esser stato violentato dal padre. Dichiarazioni che l’imputato, un imprenditore di 43 anni, ha sempre considerato il frutto malato di fantasie infantili germogliate nelle conflittualità familiari. Perché tutta questa brutta storia era saltata fuori durante le burrascose fasi della separazione dei genitori.

L’uomo, difeso dagli avvocati Antonio Secci e Mario Spanu, nel corso degli anni ha respinto con disperazione quelle terribili accuse, trovandosi dall’altra parte della barricata, a rappresentare suo figlio, la ex moglie che si è costituita parte civile con l’avvocato Gabriela Pinna Nossai.

Il bambino si era sottoposto a un colloquio protetto con una psicologa nel centro Glamm di San Camillo. In quella occasione non aveva confermato le presunte violenze sessuali ma aveva detto che il padre lo aveva ferito con un coltello mentre dormiva. Dalle pieghe del racconto era emerso il disagio del bambino per la separazione dei genitori, il suo profondo attaccamento alla madre e, al contrario, il giudizio duro sul padre. Alla fine dell’audizione protetta, avrebbe detto di odiarlo: «Mio padre è tutto scemo e non dà i soldi alla mamma».

Ad avvalorare la tesi del pm che in primo grado aveva chiesto la condanna dell’imputato a sei anni (poi accordata dai giudici) era stato anche lo sfogo del piccolo che un giorno, mentre guardava «un film d’amore» con la mamma si sarebbe improvvisamente alterato urlando la frase: «Basta con questi film, me li fa vedere babbo...». Lì erano iniziati i primi sospetti.

La difesa aveva invece puntato molto sulla testimonianza della nonna paterna del bambino. La donna aveva raccontato che il nipotino trascorreva sempre a casa sua le giornate (e le nottate, soprattutto) durante le quali era affidato al padre. In aula era stato citato dai difensori anche il medico che visitò il piccolo su richiesta della mamma: «Il bambino non mi seppe spiegare il perché di quella infiammazione», aveva riferito ai giudici. In quella occasione la donna gli aveva confessato di essere preoccupata per il figlio, «ma quando chiesi al bimbo come si era procurato quell’arrossamento, non mi disse nulla».

Il processo d’appello è stato rinviato a giugno: dopo le discussioni della parte civile e della difesa il collegio deciderà se chiamare in aula il “bambino” oggi ventenne.

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