Saluto fascista a Sassari, il giudice: «Evento commemorativo»

A luglio 22 imputati sono stati assolti dall’accusa di aver violato la legge Scelba. «Non fu un gesto tale da costituire un pericolo per l’ordine democratico»

SASSARI. Il saluto fascista rivolto il 2 settembre del 2018 verso la bara del professor Giampiero Todini nel sagrato della chiesa di San Giuseppe – accompagnato dal grido “Presente” al richiamo “Camerata Giampiero Todini” – per il giudice Sergio De Luca «non fu idoneo “a provocare adesioni e consensi e a concorrere alla diffusione di concezioni favorevoli alla ricostituzione di organizzazioni fasciste”». Quei gesti «non furono tali, per le loro modalità e per il momento e l’ambiente nei quali furono posti in essere, da costituire in concreto un pericolo rispetto alla ricostituzione del disciolto partito fascista e, conseguentemente, per il bene giuridico della sicurezza dell’ordinamento costituzionale e della tenuta dell’ordine democratico».

In poco più di trenta pagine il giudice spiega le motivazioni alla base della sentenza di assoluzione emessa lo scorso luglio nei confronti dei 22 imputati accusati di aver violato la legge Scelba che all’articolo 5 punisce «chiunque con parole, gesti o in qualunque altro modo compie pubblicamente manifestazioni usuali al disciolto partito fascista». A giudizio erano finiti 22 esponenti di CasaPound Italia (tra cui il figlio del professore defunto) per i quali era stata chiesta la condanna a due mesi di reclusione. Nella loro condotta fu individuato un “pericolo concreto” di riorganizzazione del partito del Duce. Oltre al saluto «coprirono la bara con la bandiera della Repubblica di Salò – scriveva la Procura – e filmarono la manifestazione diffondendola sul web». Il giudice ha parzialmente condiviso la tesi difensiva degli avvocati Agostinangelo Marras, Antonio Mereu, Pierluigi Olivieri e Bachisio Basoli che avevano parlato di «cerimonia commemorativa». Lo stesso Luigi Todini, figlio del defunto, si era difeso così: «Ho solo voluto commemorare mio padre esaudendo un desiderio che aveva espresso prima di morire».


A questo proposito De Luca scrive che ciò che accadde in quell’occasione «non solo ebbe finalità commemorative ma fu posto in essere direttamente nel corso del funerale del professor Todini deceduto il giorno prima. Non si trattò dunque di un evento commemorativo celebratosi a distanza di tempo dalla morte dell’interessato per esaltarne le gesta o per rinnovarne la memoria, ma di qualcosa di meno pericoloso, ossia un “ultimo saluto” al defunto posto in essere con le modalità che, secondo quanto riferito dal figlio, il professore avrebbe desiderato». Il giudice non dubita che le cose stiano così: «Al di là del fatto che è emerso che le simpatie fasciste del professor Todini erano note, appare francamente difficile da credere che il figlio possa aver mentito sul punto». E fa, De Luca, un’altra considerazione: «Il soggetto commemorato non era qualcuno che avesse perso la vita per ragioni politiche o che comunque avesse dedicato la vita alle proprie idee politiche, non era cioè un soggetto il cui ultimo saluto effettuato mediante manifestazioni esteriori riconducibili al disciolto partito fascista potesse impressionare le folle o suggestionare gli astanti. Per quanto fosse un giurista stimato ed insignito di un titolo onorifico, Giampiero Todini era infatti un semplice professore universitario morto per cause naturali». Da non tralasciare poi il fatto – aggiunge il giudice – che al funerale «assistettero solo una ventina di persone, che i partecipanti indossavano abiti diversi l’uno dall’altro e del tutto “neutri”, che il tutto, compresi i preparativi e gli abbracci finali, durò poco più di un minuto e mezzo». E, ancora, «senza alcun atto di violenza e senza accenni a lotte o a rivendicazioni politiche».

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