Delitto Ara, in appello tornano i periti

Accolta la richiesta del difensore di Vincenzo Unali: confronto su stub e Dna

SASSARI. Tornano in aula i periti nel processo di secondo grado a carico dell’allevatore di Mores Vincenzo Unali, già condannato all’ergastolo a ottobre dell’anno scorso per l’omicidio di Alessio Ara, avvenuto il 15 dicembre del 2016 a Ittireddu.

L’avvocato Pietro Diaz, che difende l’imputato, nell’atto d’appello aveva chiesto che venissero risentiti davanti alla corte d’assise d’appello il medico legale Salvatore Lorenzoni e, per un confronto, il maresciallo del Ris di Cagliari Fabio Magnani e il consulente tecnico della difesa Vincenzo Agostini in merito al Dna rilevato sul cordoncino di una tuta. Accolta anche la richiesta di chiamare in aula il luogotenente Luciano Gravina, del Ris di Roma per un altro confronto sull’esame dello stub con Cristian Bettin, ingegnere meccanico ed esperto di balistica, consulente della difesa.

Ara, 37 anni, era stato ucciso per il solo fatto – questa è sempre stata la tesi del pubblico ministero Giovanni Porcheddu – di aver avuto una relazione con Piera Unali, figlia dell’imputato e già impegnata con un altro uomo, Costantino Saba. Una storia d’amore che per il padre non doveva né poteva andare avanti. Il rischio era infatti che la fine della relazione “ufficiale” della donna con il suo compagno potesse compromettere gli affari di famiglia. Il sostituto procuratore Porcheddu che ha coordinato le complesse indagini eseguite dai carabinieri del nucleo investigativo del reparto operativo provinciale di Sassari, aveva in mano quella che a suo dire era una prova chiave: il Dna. Tracce biologiche furono rinvenute su un indumento che fu trovato vicino al luogo dell’omicidio e che, secondo il pm, fu perso dal killer durante la fuga. Si trattava del pantalone di una tuta che sarebbe stato usato per avvolgere il fucile. In particolare quelle tracce si trovavano su un laccio che, sempre secondo la ricostruzione della Procura, fu utilizzato per chiudere l’estremità del pantalone. Il Dna risultò compatibile con quello di Unali. Ma per la difesa all’interno dello stesso pantalone della tuta era presente anche il Dna di un’altra persona, ignota. E questo particolare, a parere dell’avvocato Diaz, avrebbe dovuto far vacillare le certezze degli investigatori. Ma la Procura lo aveva definito un dettaglio irrilevante dal momento che quella tuta poteva appartenere ad altri e in tal caso era ovvio che ci fosse un Dna differente. Secondo il pm andava invece evidenziata l’identità della persona che aveva stretto quel laccio per realizzare la custodia dell’arma. E su quel laccio c’era il Dna dell’imputato. (na.co.)

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