Sassari, la strategia dell'Aou: «Quarta ondata, ecco il piano»

I vertici attiveranno reparti e terapie intensive in maniera flessibile. La Ti30 potrà riaprire a gennaio 

SASSARI. Il numero dei contagi sale e con loro anche la pressione del covid sui reparti e sulle terapie intensive. L’Aou deve fare i conti con risorse limitate e con un bacino di utenza estremamente ampio, che si allarga a tutto il nord Sardegna. L’Hub infatti, sul fronte della pandemia, è il punto di riferimento non solo di Sassari, ma anche per Nuoro, Olbia e Lanusei. Il commissario Antonio Spano e il direttore sanitario dell’Aou Franco Bandiera, spiegano quale sarà la strategia aziendale per contenere l’eventuale aggressività della quarta ondata.

«La linea adottata finora, che ci ha consentito di operare con un certo equilibrio, è quella della flessibilità e modularità. Più semplicemente accendiamo e spegniamo i reparti Covid sulla base della curva pandemica e della pressione del virus».

Al momento com’è la situazione e cosa succederebbe se dovessero aggravarsi improvvisamente alcuni ricoveri?

«La prima contromossa sarebbe quella di attivare la subintensiva ordinaria al terzo piano di Malattie infettive. Potrebbe ospitare una ventina di pazienti col casco Cpap. È un reparto assolutamente strategico che consente di gestire la maggior parte dei malati, senza bisogno di ricorrere all’intubazione. La terapia intensiva Covid invece al momento ha 6 posti su 7 occupati. Finora con le dimissioni e i trasferimenti siamo riusciti a mantenere sempre uno o due letti liberi. Ma nel caso venissero saturati, convertiremo al covid anche la rianimazione (Tipo) del Clemente, che in questo momento sta funzionando a regime ridotto, con solo 4 postazioni, proprio in virtù di questa prospettiva di riorganizzazione funzionale».

Come mai nei giorni scorsi due pazienti intubati sono stati trasferiti a Cagliari?

«La collaborazione tra i vari ospedali è fondamentale, bisogna lavorare in rete. Noi abbiamo pazienti intensivi che provengono dal nuorese. Visto che le terapie intensive di Cagliari avevano appena 4 posti occupati su 12, abbiamo deciso di trasferire lì due malati intubati, in modo da avere eventuali spazi per nuovi ricoveri in rianimazione covid».

Perché la decisione di chiudere la Ti30 come se la pandemia fosse una pratica archiviata?

«Tenere aperta una terapia intensiva significa allocare tante risorse umane, che inevitabilmente vengono sottratte agli altri reparti. Mi riferisco soprattutto ad anestesisti e infermieri, ovvero figure professionali che al momento è impossibile reclutare, proprio perché non sono materialmente disponibili. Per questo stiamo attivando le aree covid all’occorrenza, seguendo l’andamento della curva pandemica. Siamo sempre alle prese con l’arretrato chirurgico che si è accumulato in questi due anni, durante i quali il virus ha condizionato l’intera organizzazione sanitaria. E cerchiamo ogni giorno di ridurre le liste di attesa. La criticità più grave la abbiamo sulle sale operatorie, proprio per il numero risicato di anestesisti e infermieri. Ecco, in estate il covid ci ha concesso una tregua, e quella ci era sembrata la parntesi più idonea per effettuare i lavori di conversione della Ti30, che al momento ha solo l’accreditamento covid, per trasformarla anche in terapia intensiva ordinaria. Purtroppo, aperto il cantiere, la ditta non è riuscita ad approvvigionarsi dei materiali necessari. Parliamo di porte stagno, di impianti elettrici ordinati e mai consegnati. Ecco perché, a causa di questo imprevisto, ora ci ritroviamo con una risorsa inutilizzabile che potrà riaprire solo a gennaio».

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