Avvelenava i cani: allevatore di Laerru sconterà un anno

Il 64enne aveva disseminato i terreni di sostanze letali Incastrato dalla Forestale era finito davanti al giudice

SASSARI. Per riuscire a incastrarlo e mettere fine alla strage di animali nelle campagne di Laerru era stata messa in piedi una super inchiesta della procura della Repubblica di Sassari che aveva visto in campo specialisti del Corpo Forestale, dell’Università, dell’Istituto Zooprofilattico e lo speciale Nucleo cinofilo antiveleno.

Giovanni Moro, allevatore di Laerru di 65 anni, era finito davanti al giudice - con prove schiaccianti a suo carico - con l’accusa di uccisione e maltrattamenti di animali e la soppressione di specie selvatiche protette.

Ieri mattina per lui è arrivata la sentenza di condanna, la prima nell’isola per un caso simile, un vero e proprio disegno criminoso che aveva portato alla morte di almeno una quindicina di animali.

Il giudice Anna Giuseppina Pintore del tribunale di Sassari lo ha condannato a un anno di reclusione, con la sospensione condizionale della pena e al risarcimento di duemila euro al proprietario di uno dei cani uccisi e di altre mille euro ciascuno ad altri due compaesani che si erano costituiti parte civile nel processo, anche loro per aver subìto l’avvelenamento del cane.

Tra il settembre del 2015 e il gennaio del 2017 andare a caccia nelle campagne di Laerru era diventato molto pericoloso. Tra i cacciatori della zona e quelli delle compagnie che, con le doppiette in spalla, arrivavano in Anglona da altre parti della provincia, si era sparsa la voce che il rischio di tornare a casa senza il proprio cane era diventato altissimo.

Le prime vittime erano stati alcuni esemplari di corvo imperiale, trovati inspiegabilmente morti in mezzo alla campagna. I sospetti che ci fosse la mano dell’uomo dietro quelle morti insolite avevano iniziato a prendere piede quando a perdere la vita erano stati anche dei gatti e alcuni cani da caccia, trovati morti con i classici segni dell’avvelenamento.

L’allerta lanciato con un passaparola nel mondo delle campagne non era servito a evitare un strage di almeno nove cani, e altri quattro rimasti gravemente intossicati in meno di un anno e mezzo. Il filo conduttore di quelle morti per avvelenamento, seguito dagli investigatori del Corpo Forestale, aveva portato dritti a Giovanni Moro, proprietario di alcuni terreni in quella che era diventata per tutti una “zona rossa”. Dopo le denunce erano scattate le analisi sulle carcasse delle bestie uccise e il verdetto era stato sempre lo stesso: «morte per avvelenamento da “Metaldeide e “Methamidophos”».

Le perquisizioni effettuate dalla Forestale in alcune proprietà dell’allevatore, difeso dall’avvocato Nicola Satta, avevano confermato i sospetti, quando durante le verifiche erano stati rinvenuti quelli stessi veleni. Il sospetto degli investigatori della Forestale era che l’uomo avesse disseminato dei bocconi avvelenati in alcuni punti strategici della campagna per liberarsi di alcuni animali selvatici che avrebbero potuto infastidire il suo gregge. Contro di lui nove proprietari di cani (tutelati dagli avvocati Teresa Pes e Bruno Conti) si erano costituiti parte civile nel processo. Al giudice avevano chiesto di avere giustizia per i propri cani uccisi in modo spregiudicato.

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