«Quel Dna appartiene a Unali»

L’omicidio di Ittireddu. In appello il maresciallo del Ris: tracce univoche nel tessuto che copriva l’arma

ITTIREDDU. È arrivato alle battute finali il processo di secondo grado per l’omicidio di Alessio Ara – il 37enne ucciso a Ittireddu il 15 dicembre del 2016 e per il quale è già stato condannato all’ergastolo l’allevatore di Mores Vincenzo Unali.

Ieri mattina, davanti alla corte d’assise d’appello presieduta da Maria Teresa Lupinu (a latere Plinia Azzena) c’è stato l’ultimo confronto tra il maresciallo del Ris di Cagliari Fabio Magnani e il consulente tecnico della difesa Vincenzo Agostini. Quest’ultimo ha ribadito (nello stesso modo si era infatti espresso anche nel processo di primo grado) che la quantità di Dna rilevata dai Ris sul cordoncino del pantalone della tuta (che per il pm è stato usato dal killer per avvolgere l’arma e che sarebbe stato perso durante la fuga) era estremamente scarsa. Dettaglio che secondo Agostini poteva significare o che la manipolazione era stata molto fugace o che ci fosse stato un trasferimento secondario o terziario a seguito ad esempio di una stretta di mano. E per queste ragioni, a suo giudizio, non si poteva – e non si può – attribuire con certezza quel Dna a una sola persona. Alla sintesi del biologo forense (cui era stato affidato l’incarico dal difensore di Unali, Pietro Diaz) ha nuovamente replicato ieri l’analista di laboratorio Magnani che ha spiegato come su entrambi i lati del cordoncino che stringeva il pantalone della tuta erano presenti tracce di Dna appartenenti senza alcun dubbio a un profilo unico: quello dell’imputato.

La corte dopo aver ascoltato il maresciallo e il consulente della difesa ha rinviato a febbraio per la discussione del procuratore generale e degli avvocati di parte civile Ivan Golme e Luigi Esposito. In un’udienza successiva, già fissata, la parola passerà al difensore Diaz.

Alessio Ara, operaio, era stato ucciso con due fucilate mentre stava per entrare a casa della madre. Dell’omicidio era stato accusato Vincenzo Unali: a casa sua la vittima aveva eseguito dei lavori in un appartamento al piano terra dove sarebbe dovuta andare ad abitare una figlia dell’imputato, insieme al suo compagno Costantino Saba. E proprio nell’ambito familiare gli inquirenti avevano inquadrato il movente del delitto. E cioè nella presunta relazione che la figlia dell’allevatore avrebbe avuto con la vittima. Relazione mal digerita dal padre che avrebbe deciso di “vendicare” il tradimento uccidendo Ara.

Una delle prove chiave dell’inchiesta era proprio il Dna. Tracce biologiche furono rinvenute su un indumento che fu trovato dai carabinieri del nucleo investigativo di Sassari vicino al luogo dell’omicidio e che sarebbe stato perso dal killer durante la fuga. Si tratta del pantalone di una tuta usato per avvolgere il fucile. In particolare quelle tracce si trovavano su un laccio che sarebbe stato utilizzato per chiudere l’estremità del pantalone. Il Dna risultò compatibile con quello di Vincenzo Unali.

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