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cronaca

Tubi colabrodo a Sassari, persi 6 litri d'acqua su 10

Lo studio Cna: «La città maglia nera in Sardegna. E nessuno si fida più a bere acqua dal rubinetto»


08 giugno 2022 di Giovanni Bua


SASSARI. Acqua sprecata, che si disperde prima di arrivare ai rubinetti, scorrendo in condotte corrose, deteriorate, unite da giunti difettosi, spesso ancora in cemento-amianto. Tanta, tantissima. Più di sei litri ogni dieci nel Comune di Sassari, cinque abbondanti in Sardegna, la quarta peggiore regione in Italia dopo Abruzzo, Umbria e Lazio. E che quando arriva è di qualità così bassa che le famiglie non si fidano a berla, indipendentemente dal fatto che siano presenti o meno ordinanze di non potabilità, con una “percezione del rischio” tripla rispetto al dato nazionale, e un 12% di utenti che si dichiara «per niente soddisfatto» dal servizio.

Sono numeri che fanno riflettere, elaborati dal Centro Studi di Cna Sardegna che ha analizzato i dati pubblicati dall’Istat in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua 2022. Numeri abnormi, che fanno affievolire anche le speranze legate ai progetti di Regione ed Egas finanziati con 360 milioni del Pnrr per mettere mano ai 13.450 km di rete acquedottistica regionale.

«Ricostruire a nuovo la rete acquedottistica regionale costerebbe circa 2,7 miliardi di euro – sottolinea il segretario regionale della Cna Francesco Porcu –. La sola manutenzione così come è condotta attualmente non è più sufficiente. Si consideri che a livello nazionale, dove la situazione media è meno compromessa, agli attuali ritmi di sostituzione della rete con più di 50 anni si stima che si arriverà ad una situazione di rinnovo complessivo in 52/55 anni. Naturalmente, nel frattempo, i restanti km di rete saranno tutti entrati nei 50 anni di vita».

Il problema è che la situazione, oltre che drammatica, è anche chiaramente percepita dagli utenti. Con una ricerca pubblicata nel 2020 dall’Università degli Studi di Cagliari che sottolinea come la stima dei sardi per la qualità dell’acqua sia ai minimi termini. Tale situazione dipende essenzialmente dal fatto che la Sardegna (si legge nello studio) è la regione con un più alto numero di bacini artificiali destinati alla produzione di acqua potabile, e questo causa un importante calo della qualità dell'acqua prodotta, un aumento considerevole delle ordinanze di non potabilità e un consumo pro capite di acqua in bottiglia che non ha eguali nel resto del Paese.

«I motivi dell’insoddisfazione – spiegano Luigi Tomasi e Francesco Porcu, rispettivamente presidente e segretario regionale della Cna Sardegna – sono molteplici: la frequenza di episodi di interruzione del servizio, la comprensibilità della bolletta, la spesa per la fornitura dell’acqua ma soprattutto sono determinanti gli aspetti qualitativi dell’acqua erogata ovvero l’odore, il sapore e la limpidezza dell’acqua. Quasi il 12% della popolazione lamenta una pessima qualità dell’acqua erogata dal rubinetto. Tale condizione incentiva l’acquisto di acqua in bottiglia. Se a livello nazionale oltre il 70% della popolazione si fida di bere acqua dal rubinetto a scala regionale tale quota scende drasticamente al 50%. E se a livello nazionale la spesa per l’acquisto di acqua minerale è di 12,56 euro al mese per famiglia, in Sardegna questo valore sarà proporzionalmente più alto».

Questo stile di vita è scarsamente sostenibile poiché genera grandi quantità di rifiuti plastici che non si è ancora pronti per riciclare. Secondo i dati Eurostat, in Italia ogni anno vengono prodotti 34 chili di rifiuti plastici pro-capite all’anno smaltiti nei circuiti della raccolta differenziata, di questi le bottiglie per l’acqua sono una parte consistente, tuttavia, meno della metà viene riciclata, il resto finisce nei termovalorizzatori, e quindi bruciato.

«In un contesto di sempre maggiore scarsità della risorsa idrica, specialmente in Sardegna – concludono Tomasi e Porcu –, è prioritario affrontare il problema dell’infrastruttura idrica regionale al fine di ridurre gli sprechi, abbassare il costo a carico delle famiglie per il consumo di acqua in bottiglia (destinato ad aumentare nel medio lungo termine), limitare i consumi di plastica e i rischi ambientali connessi al loro riuso e smaltimento. L’infrastruttura idrica va considerata come quella fondamentale per l’Isola. E su di essa vanno dirottate importanti risorse, rendendolo il più grosso e importante investimento che la Sardegna è chiamata a fare per il suo futuro».

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