«Mi ha picchiata e umiliata, ora mi riprendo la vita» – il racconto choc della ragazza segregata a Sassari
L’ex compagno l’ha tenuta prigioniera per giorni: «Diceva di amarmi, invece mi riempiva di farmaci e mi insultava»
Sassari «La notte ho ancora gli incubi. Mi sveglio d’improvviso e ripenso a quei giorni di terrore. Pian piano però mi sto riprendendo e ora l’unica cosa che voglio è riavvolgere il nastro e ripartire». Due settimane fa era prigioniera nell’appartamento che divideva con l’uomo che diceva di amarla, oggi lui è rinchiuso nel carcere di Bancali, lei si prepara a entrare in una comunità di recupero, dalla quale spera di uscire una donna nuova, più forte. La vittima di questa storia - che sembra tratta da un film dell’orrore - ha solo 23 anni e alla vigilia dell’inizio di un percorso che dovrà restituirle la luce e i suoi due bambini che non vede da un po’ - accetta di raccontare in esclusiva a La Nuova Sardegna i cinque mesi trascorsi accanto all’uomo che si era presentato come un principe azzurro.
«I primi tre mesi sono stati bellissimi. Attenzioni, promesse, sogni. Mi parlava di un figlio, di una famiglia. Mi faceva sentire importante» racconta la 23enne, seduta nella sala da pranzo della casa di sua madre. Le mani intrecciate in grembo, lo sguardo che ogni tanto cerca proprio quello della mamma, che la sera del 7 febbraio scorso ha chiamato i carabinieri e ha chiesto che entrassero in quell’appartamento dal quale la figlia - da qualche giorno - non poteva uscire e non dava più notizie. Quando davanti alla 23enne sono comparsi vigili del fuoco e carabinieri, il tempo si è fermato. «Mi è sembrato un sogno. Non pensavo fosse vero. Ho capito che ero salva». Lui a un certo punto aveva gettato la maschera del principe e indossato i panni dell’aguzzino.
«Ha iniziato a umiliarmi. Diceva che senza di lui non ero niente – racconta – era geloso di tutto e di tutti. Non voleva che uscissi. Non voleva che vedessi mia madre. Mi controllava il telefono». Il telefono è diventato il primo bersaglio: «me lo ha rotto. Non potevo chiamare nessuno». L’isolamento è stato metodico, quotidiano, costruito con piccoli divieti che diventavano catene invisibili. «Non voleva che mi facessi la doccia. Diceva che mi preparavo per altri. Se provavo a uscire mi sporcava i vestiti con la pipì dei cani, così non potevo andare da nessuna parte». La richiesta ossessiva di un figlio si mescolava al bisogno di possesso: «Diceva che con un bambino sarei rimasta con lui per sempre».
Negli ultimi giorni l’incubo ha assunto i contorni della prigionia. Diversi giorni chiusa in casa, senza libertà, senza contatti, con il cibo negato o gettato a terra e calpestato, le minacce sussurrate e urlate come un ritornello feroce. «Mi imbottiva di farmaci, mi sentivo stordita, confusa. Non capivo più niente». In quel torpore, racconta, arrivavano altre violenze, altri insulti, altre paure. Per quattro giorni la madre non è riuscita a sentirla. «Ha capito che c’era qualcosa che non andava e ha dato l’allarme».
Dopo il ricovero al “Santissima Annunziata”, dove i medici hanno riscontrato lesioni e segni compatibili con le violenze denunciate, ha trascorso alcuni giorni in un centro antiviolenza, per rimettere insieme i pezzi di una vita che stava andando a rotoli. Ora la decisione di iniziare un percorso in comunità, per allontanare per sempre anche la dipendenza da quelle sostanze che in questa storia hanno un ruolo tutt’altro che marginale. Lei non cerca vendetta, non alza la voce neppure quando pronuncia il suo nome. «So che ha sofferto tanto da bambino. Me lo raccontava. Ma non doveva fare a me quello che ha passato lui».
Lui che ora è rinchiuso nel carcere di Bancali con accuse gravissime: sequestro di persona, tortura, lesioni personali, maltrattamenti e resistenza a pubblico ufficiale. Il suo difensore, l’avvocato Marco Palmieri, ha iniziato le indagini difensive e attende che il tribunale del Riesame fissi la data dell’udienza. Anche la 23enne ha nominato un difensore, l’avvocato Pietro Fresu, con il quale si costituirà parte civile. «Questa ragazza isolata, intimidita, colpita nella propria integrità e dignità, privata non soltanto della libertà, ma anche della serenità, della sicurezza e della fiducia negli altri – spiega il legale – non è definita dalla violenza subita, ma dalla forza e dal coraggio dimostrati nel trovare la voce per denunciare quanto accaduto». Una forza che ora le servirà per ripartire. «Voglio vivere e voglio rivedere i miei bambini, voglio che abbiano una mamma libera» spiega con la consapevolezza che il percorso sarà lungo ma non impossibile. «Lui mi ha tolto tutto, ma non il futuro».
