Giuseppe Manca: «Faccia di Trudda è un inno, mi piacerebbe cantarla al palazzetto. Ora canto con mio nipote di 8 anni»
Il musicista e cantante de La Cumpagnia racconta i suoi primi 80 anni in musica, dagli esordi a San Donato alle serenate, fino all’esplosione del Folk negli anni Settanta
Sassari I primi passi sul palco li ha fatti grazie alle maestre della scuola elementare di San Donato, negli anni Cinquanta. Poi le serenate, il twist negli anni Sessanta con i Rockers e negli anni Settanta l’esplosione del folk sassarese, a cui ha legato indissolubilmente il suo nome insieme al gruppo La Cumpagnia. Giuseppe Manca, 80 anni, è uno dei protagonisti di quella generazione che, negli studi della televisione privata Tele Obiettivo Sardegna, ha scritto la storia della musica popolare turritana: il suo più grande successo è Faccia di Trudda, inno scherzoso e cionfraiolo della sassaresità, che ha accompagnato la Dinamo nel percorso verso lo storico scudetto del 2015.
E oggi, sessant’anni dopo i suoi primi passi, quando può continua a cantare e a divertirsi con gli amici. E con un compagno speciale, il nipotino di 8 anni Giommaria Nuvoli, nipote ma anche figlio d’arte: il padre Battista è uno degli Zeppara.
Gli esordi
«Ho iniziato a suonare e cantare grazie alle maestre di San Donato, il quartiere dove sono nato nel 1945. Abitavo in via San Sisto, davanti alla chiesa».
Quando cresce, inizia a girare la città per fare le serenate («Da l’Iproni fino a Cappuzzini» spiega in sassarese, ossia da via delle Muraglie fino a Cappuccini) e con gli amici mette su un piccolo gruppo: «Ci chiamavamo i Rockers, facevamo twist e rock and roll: c’era anche Giuseppe Fiori, la storica voce dei Bertas, scomparso qualche anno fa. A me avevano messo il nome d’arte di Pino Granello, lui era Grand Tony, il ragazzo dai capelli verdi».
L’esplosione del folk
La svolta arriva negli anni Settanta, insieme al compare Gavino Carta fonda il gruppo La Cumpagnia, di cui faranno parte anche Giovannino, Gianni e Antonello Carta e il figlio Gianni Manca. E comincia a esibirsi negli studi della neonata Tele Obiettivo Sardegna, una delle prime tv libere dell’isola: «C’eravamo noi, ma c’erano anche tutti gli altri: il Trio Latte Dolce, Ginetto Ruzzetta, il Nuovo Folklore Sassarese, il Trio Sardonia Folk... Pian piano ci siamo accorti che la gente apprezzava sempre di più le canzoni folk. C’era rivalità? Sì, c’era. Ma sempre con rispetto e amicizia».
È la stagione d’oro del folk sassarese: «Ovviamente suonavamo nei locali, come il Lido a Platamona, il Parsifal, l’Atrium. Ma poi c’era un appuntamento a cui partecipavamo tutti: il venerdì prima della Cavalcata Sarda, in piazza d’Italia, era dedicato al folk sassarese, è un peccato che negli anni quella tradizione si sia un po’ persa».
Il grande successo
La prima canzone folk Giuseppe Manca l’ha scritta e incisa nel 1976: «La chiamai Ninna nanna sassaresa, era dedicata a mio figlio, che era nato proprio quell’anno. Mi convinse mia moglie a registrarla». Poi una lunga serie di successi come Mamma e lu cecciu, Li mè vint’anni , Sirinadda a Magaridda, Boncaminu e soprattutto Faccia di Trudda, che è diventata una sorta di inno.
«È conosciuta in tutta Italia ma anche all’estero: mi arrivano le royalties sia dagli streaming che dalla Siae». Su Youtube, il video pubblicato nel canale della casa discografica Tronos, ha 1,5 milioni di visualizzazioni. Gli ascolti su Spotify sono 460mila. La canzone è l’inno non ufficiale dei tifosi della Dinamo e la colonna sonora dell’epica cavalcata dei biancoblù verso il titolo italiano del 2015: «È una cosa che mi rende orgoglioso e felice. Mi piacerebbe cantarla al Palaserradimigni, fino ad oggi non c’è mai stata l’occasione».
L’eredità
Nel frattempo, Giuseppe Manca, si divide fra la famiglia, gli amici del circolo Il Raggio d’oro e la fede e le tradizioni con il Gremio dei Viandanti, di cui fa parte dal 1975. E continua a suonare con gli amici e gruppi come i Zeppara e gli Ammenti Passaddi del figlio Gianni.
Ma il suo partner preferito è il nipote Giommaria Nuvoli, 8 anni e una passione smisurata per il folk sassarese, che suona e canta come un professionista. Un passaggio di consegne che lascia ben sperare: per la musica popolare c’è ancora un bel futuro.
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