Sassari, il progetto della rinascita: ergastolani ed ex mafiosi in viaggio dall’isola a Torino
Esperienza di libertà per venti detenuti delle carceri di Bancali, Alghero e Mamone
Sassari Non sono venti detenuti in trasferta educativa, non sono venti numeri dentro un sistema penale e nemmeno venti storie archiviate in una scheda giudiziaria. Sono venti vite spezzate e ricomposte a fatica, alcune passate attraverso la mafia e la camorra, altre segnate da omicidi e da appartenenze a organizzazioni criminali che hanno divorato anni interi, prima ancora di essere fermate da una sentenza.
Il gruppo
Sono ergastolani, ex rapinatori ex trafficanti di droga, uomini provenienti dagli istituti penitenziari di Bancali, Alghero e Mamone, oggi inseriti in percorsi di misura alternativa tra semilibertà, lavoro esterno, articolo 21 e permessi premio. Un gruppo eterogeneo di italiani e stranieri, sardi e non, che dal 29 maggio al primo giugno ha lasciato la Sardegna per volare a Torino insieme a don Gaetano Galia, alle suore delle Poverelle di Bergamo, in collaborazione con gli educatori della “Cooperativa Differenze” e con gli operatori della “Comunità diocesana Don Graziano Muntoni”.
Il progetto Un viaggio che non è una parentesi, ma una parte strutturata di un progetto rieducativo che ogni anno si ripete e che in passato ha toccato Roma, Bergamo, Napoli e ora Torino. «Ogni anno facciamo un’uscita educativa – spiega don Gaetano Galia – sono strumenti del percorso di esecuzione penale esterna, non sono premi e non sono gite, ma momenti educativi a tutti gli effetti». E aggiunge «l’articolo 27 della Costituzione dice che la pena deve tendere alla rieducazione, e noi crediamo che l’educazione al bello, all’arte, alla cultura e alla religione sia fondamentale nel recupero della persona detenuta».
Il viaggio si radica nei luoghi di Don Bosco, a Valdocco, dove nel 1855 il santo ottenne dal direttore del carcere minorile della Generala il permesso di portare fuori 212 ragazzi detenuti con la condizione che, in caso di fuga anche di uno solo, avrebbe preso il loro posto in carcere. Nessuno scappò. «Quella storia ci insegna che la fiducia cambia più della paura», dice don Gaetano. Da qui la riflessione sul sistema penitenziario.
Modello da cambiare
«Il modello carcere così com’è oggi in Italia è profondamente fallimentare – afferma il sacerdote – lo dicono sovraffollamento, carenza di personale e difficoltà del volontariato. Non riesce a produrre rieducazione in modo adeguato». Non c’è alcuno sconto di pena – aggiunge don Gaetano – la pena si sconta fino all’ultimo giorno, ma cambia il contesto. L’umanità è ciò che può modificare davvero la persona».
A Torino il gruppo ha attraversato musei e piazze come parte del percorso educativo, il Palazzo Reale, dove «i ragazzi hanno incontrato le radici del Paese», il Museo dell’Automobile, dove «molti hanno scoperto quanta competenza e studio ci siano dietro ogni innovazione», e poi piazza Castello, piazza San Carlo, il Duomo, la Mole Antonelliana e la Basilica di Superga. «Le persone hanno bisogno di incontrare il bello – sottolinea don Gaetano – anche chi ha sbagliato, perché il bello cambia lo sguardo».
Il cuore del viaggio
Ma il cuore del viaggio è stato anche nella quotidianità, i pranzi insieme, le risate, la normalità ritrovata. In metropolitana una battuta fa scoppiare una risata, «non si ruba a casa dei ladri». Davanti a una banca un’altra battuta «qui ci ho fatto la mia prima rapina». E quando un uomo prova a chiedere soldi «Ajò, queste cose io le facevo vent’anni fa». Segni di distanza dal passato che diventano consapevolezza.
Lo raccontano le voci dei partecipanti. Idris parla di «un’unica famiglia» e di «uguaglianza tra tutti», Eugen definisce l’esperienza «più spirituale che culturale», Mario rilegge Torino come «una città guardata con occhi diversi, quelli di chi sta cambiando». Suor Ornella osserva «nei ragazzi ho visto una sete di bene. Il metodo di Don Bosco insegna a partire dal positivo che può cambiare una vita».
La fiducia
A chiudere è il ringraziamento di don Gaetano alla rete istituzionale che rende possibile il progetto. La magistratura di Sorveglianza di Sassari e di Nuoro, le direzioni degli istituti penitenziari e l’Uepe, perché «solo lavorando insieme si costruiscono percorsi reali». E resta un’immagine semplice, quella di venti uomini tornati in Sardegna senza fughe, senza rotture, dentro una scommessa antica quanto Don Bosco. La possibilità che la fiducia, ancora oggi, possa aprire un varco dove sembrava non esserci più nulla.
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