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Samuele, mille candidature dopo la laurea e nessun lavoro: «In Sardegna mi sento invisibile, ora vado via»

di Carolina Bastiani
Samuele, mille candidature dopo la laurea e nessun lavoro: «In Sardegna mi sento invisibile, ora vado via»

Ventisei anni, di Cossoine, ha conseguito la magistrale a Sassari e da luglio cerca un’occupazione senza risultato.

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Sassari Si è laureato a luglio dell’anno scorso, conseguendo la magistrale in Innovazione sociale e comunicazione – la triennale, invece, riguarda il mondo del turismo – e due giorni dopo si è messo a cercare un lavoro. Da allora, Samuele Dettori, 26enne di Cossoine, ha mandato oltre mille candidature. Ovunque, in tutta la Sardegna e nella penisola, in quasi tutti i settori. E di queste mille candidature nessuna ha prodotto un risultato, sono tutte cadute nel vuoto. «Serve esperienza» è l’espressione che ancora gli rimbomba nelle orecchie, così come i silenzi seguiti a troppi colloqui. E così dopo l’ennesimo rifiuto o l’ennesima mancata risposta, ha deciso di fare il passaporto: è pronto a partire per cercare opportunità nel resto d’Europa. La prima tappa potrebbe essere l’Inghilterra. Un’opzione, questa, che forse avrebbe preso in considerazione in un futuro un po’ più lontano, ma che ora non può più di rimandare. E non nasconde la delusione e l’amarezza per tutte le possibilità che troppo spesso gli sono state negate, lasciandolo mesi e mesi in attesa a casa dei suoi genitori «invisibile», passando a rimuginare sulle proprie capacità e sul fatto di essere o meno «sufficiente» per la società.

Ma torniamo un po’ indietro: è il luglio 2025 e Samuele si è appena laureato. Nel suo bagaglio, oltre alla laurea, anche tirocini formativi e tanta voglia di imparare. «Non ho aspettato molto – racconta –, due giorni dopo la magistrale, fiducioso, mi sono iscritto al centro d’impiego, alle agenzie di lavoro, pure a LinkedIn e Indeed». Grazie al suo percorso di studi, potrebbe lavorare nel mondo del turismo come receptionist o booking agent, ma anche, per esempio, fare il social media manager o il segretario. E la sua ricerca è partita proprio da lì: la speranza era fare ciò per cui aveva studiato. Ma, di fatto, le lauree non hanno aperto nessuna porta. «Sono stato rifiutato ovunque. La laurea non serve a niente, però, allo stesso tempo, devi averla – si sfoga, pensando alle contraddizioni del mondo del lavoro – i tirocini non vengono considerati validi. Diplomi, master, certificazioni linguistiche corsi di formazione, esperienze di volontariato, sembra tutto inutile. Siamo intrappolati in un sistema che vuole sempre di più senza offrire nulla».

Da lì lo scoraggiamento e lo sconforto di Samuele, che ha persino iniziato a sentirsi invisibile. «Non è la fatica della ricerca – continua – ma la sensazione di essere invisibili, e, soprattutto, che tutto ciò che ho costruito in questi anni valga meno dell’“esperienza minima richiesta”». Ed eccola, una delle contraddizioni più disturbanti secondo lui. «La cosa che mi sono sentito dire più spesso è stata “serve esperienza pregressa”, ma quello che mi chiedo è come si faccia a costruire un’esperienza se nessuno è disposto a concedere una prima possibilità. Nessuno mi ha mai concesso nemmeno le settimane di prova. La cosa più assurda, poi, è che questa richiesta di esperienza viene fatta anche per i tirocini». Insomma, nessuna esperienza uguale condanna. Ma Samuele ha continuato a cercare, candidandosi anche per altri posti di lavoro: ha mandato curriculum in gioiellerie, supermercati, negozi di abbigliamento. E anche per lavori stagionali come, per esempio, quello di facchino. Ma niente da fare, nada, nisba.

«Alcuni colloqui sembrano andare bene – continua il giovane laureato –, ma poi finiscono nel silenzio più totale. Per non parlare delle fredde email automatiche dove leggi “è difficile rifiutare la sua candidatura, ma procederemo con altri profili”. O di quelli che ti rifiutano in chiamata, senza vederti. E ancora, tutti gli annunci vaghi dove non si capisce nemmeno cosa cerchino». Oltre a questo, poi, la demoralizzazione di Samuele passa anche dalla sensazione che spesso contino più le conoscenze e le raccomandazioni piuttosto che la tanto acclamata meritocrazia.

«E allora finisce che ci si sente come una stella che si spegne troppo presto – continua –. Il problema non è la mancanza di volontà perché si continua a formarsi, a reinventarsi. Il problema è che l’impegno non viene proprio visto. E allora – conclude – capita che persone brillanti inizino a smettere di credere nel proprio valore, non per mancanza di capacità, ma perché il sistema continua a farle sentire inadeguate e insufficienti».

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