La Nuova Sardegna

Violenza a scuola

In aula come sul ring, l’obiettivo è fare visualizzazioni: Il 13enne che a Bergamo ha accoltellato la prof ha filmato la scena

di Francesco Giordano*
In aula come sul ring, l’obiettivo è fare visualizzazioni: Il 13enne che a Bergamo ha accoltellato la prof ha filmato la scena

Il ragazzo è arrivato con lo smartphone al collo, indossava una maglietta con la scritta “Vendetta”

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L'episodio di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, toglie il fiato non solo per la violenza, ma per come è stato messo in scena. Un ragazzo di tredici anni che entra a scuola con una maglietta con su scritto "Vendetta" e si attacca uno smartphone al collo per trasmettere l'accoltellamento della sua prof in diretta su Telegram, è qualcosa che va oltre la cronaca nera. Non siamo più davanti a un semplice momento di follia o alla reazione a un brutto voto; qui siamo di fronte a una violenza studiata per diventare un contenuto social, un video da dare in pasto a una platea virtuale. La scuola, che dovrebbe essere il posto dove impariamo a stare insieme, si è trasformata in un set per un film dell'orrore in streaming.

Il vero dramma che emerge da questa storia non è solo il sangue, ma il fatto che per questo ragazzo la realtà non esistesse se non filtrata da uno schermo. Colpire una professoressa di cinquantasette anni davanti a tutti è un gesto atroce, ma farlo con l'obiettivo di raccogliere like o approvazione online rende tutto ancora più freddo e spaventoso.

Sembra che per alcuni della nostra generazione il confine tra un videogioco e la vita vera si sia cancellato. Se un conflitto non si risolve a parole, allora si "cancella" il problema con un gesto estremo, cercando la gloria in una chat di gruppo invece di affrontare le conseguenze reali delle proprie azioni. Questo tipo di deriva non spunta dal nulla.

Spesso noi ragazzi ci sentiamo dire che la scuola è una seconda famiglia, ma la verità è che questo patto tra genitori e insegnanti sembra essersi rotto da un pezzo. Troppe volte, quando un professore cerca di darci una regola, i primi a saltare sul piede di guerra sonoproprio i genitori, pronti a difendere i figli a prescindere da tutto. In questo modo si perde il senso del limite e il rispetto per chi sta dall'altra parte della cattedra. Se gli insegnanti diventano dei bersagli invece che dei punti di riferimento, è ovvio che poi qualcuno finisca per passare dalle parole ai fatti, convinto che tutto sia permesso.

Nonostante il dolore, le parole della professoressa ferita sono state incredibili: dal letto d'ospedale ha chiesto di non alzare muri, ma di costruire ponti. È un invito bellissimo, ma non può bastare il perdono di una singola persona. Ha poi aggiunto di sentire molto la mancanza dei suoi studenti. Ora serve che tutti noi, studenti e adulti, torniamo a considerare la scuola come un porto sicuro e non come un ring dove sfogare le proprie frustrazioni. Non appaiono di alcuna utilità i metal detector agli ingressi per risolvere il problema; serve rimettere al centro il dialogo e capire che dietro uno schermo, o dietro la lama di un coltello, c'è sempre una persona vera che soffre. Altrimenti, la prossima sul nostro telefono potrebbe essere l'ennesima diretta di una tragedia che potevamo evitare.

*Francesco frequenta il Liceo Musicale Azuni a Sassari

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