Non è vero che siamo tutti vandali: la stampa non deve generalizzare – VIDEO
Il confronto degli studenti con alcuni giornalisti in occasione del Premio Ichnos
Ci chiamano “Generazione Six-Seven” e ci accusano di non farci domande e di saper rispondere solo con gli slogan ironici dei meme sui social. È da mesi che ci paragonano ai nostri coetanei francesi accusandoci di vivere un infantilismo senza via d’uscita, che tutt’al più sfocia in una reazione primaria come la rabbia incontenibile. Invece noi di domande ce ne facciamo tantissime e sappiamo persino dove cercare le risposte, pensate un po’.
Tanto per iniziare abbiamo deciso di interrogarci sulla china che hanno preso le recenti manifestazioni dei nostri coetanei nelle più grandi città d’Italia, da Torino a Milano, da Parma a Roma e di farlo assieme ai maggiori protagonisti del giornalismo italiano, riuniti nell’elegante Teatro Doglio, al centro di Cagliari, per i 150 anni del Corriere della Sera, nel contesto dell’Ichnos International Sardegna Awards, in una mattinata di lavori intitolata “Il giornalismo nell’era degli algoritmi, dell’intelligenza artificiale e delle fake news”.
Quale occasione più opportuna poteva offrirci la nostra esperienza de LaNuova@Scuola se non risolvere i conti in sospeso che abbiamo con la stampa, proprio in merito a un’interpretazione non sempre corretta delle nostre manifestazioni, e che in noi ha provocato una certa frustrazione? Ne abbiamo parlato con Venanzio Postiglione, vice direttore de Il Corriere della Sera, Maria Latella conduttrice Rai, con Luciano Tancredi, vice direttore vicario de La Stampa e con Trisha Thomas presidente della Stampa estera in Italia. Siamo partiti dal fatto che alla nostra età l’unico vero strumento di cittadinanza attiva è la nostra voce.
Con questa voce chiediamo risposte sul clima, sul lavoro, sulla scuola e sulla stabilità sociale e il dissenso risulta pressoché inevitabile (ops, Postiglione perdonaci, ci hai appena insegnato che pressoché non lo usa più nessuno sui giornali!). Ciò che non ha retto, in queste nostre ultime manifestazioni, è stato il confine invalicabile tra manifestazione e devastazione, che purtroppo è stato valicato da alcuni nel più brutale dei modi. Ed è questo il punto: alcuni, solo alcuni, non tutti. Assistere a una protesta trasformata in guerriglia urbana è coinciso con il mettere una benda alla nostra bocca, zittire la nostra voce sotto un’unica pesante accusa di vandalismo e crimine.
Alla nostra domanda sul perché siamo stati descritti come un unico blocco di studenti violenti ha esaustivamente risposto Luciano Tancredi, ammettendo che da una prima lettura dei fatti potesse emergere che i ragazzi vedessero dell’eroismo nello sfregiare una città, ma che da uno scambio social con i ragazzi, al quale il quotidiano La Stampa ha dato ampio spazio, il giornalismo ha compiuto un salto nella direzione della comprensione dei fatti, iniziando a dare voce anche a chi non usa la rabbia della distruzione per chiedere giustizia ed equità. Una lezione abbiamo imparato da Tancredi: la ricerca della verità passa dalla reputazione e dalla serietà dei comportamenti di chi vuole esprimere la propria voce. Noi solo questo cerchiamo.
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