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Cabeccia: difficile ora parlare di calcio

Cabeccia: difficile ora parlare di calcio

Il capitano del Latte Dolce è in quarantena a Sassari con la moglie e il figlio

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SASSARI. Dalla quarantena calcistica imposta dall'emergenza sanitaria, che ha sgonfiato anche il pallone sardo, si leva la voce di Marco Cabeccia, che continua idealmente a indossare la fascia di capitano del Latte Dolce. Anche se il campo è purtroppo lontano. «Aspettiamo che questo brutto periodo finisca, intanto restiamo a casa. Ce la faremo».

In attesa di ricominciare con la vita di sempre, il difensore sassarese racconta le sue giornate trascorse in clausura. «Ora tutte le attenzioni sono rivolte alla famiglia, in particolare al mio bambino che cerco di tenere impegnato, seguendolo anche nelle sua attività scolastiche a distanza. Gran parte della giornata è dedicata a lui, per fortuna mia e di mia moglie. Ha capito la situazione che si sta vivendo e insieme aspettiamo di tagliare il traguardo di una ritrovata normalità».

In queste lunghe settimane il campionato è diventato uno sfumato ricordo, anche se si spera sempre di poter riprendere un cammino che prometteva bene per la squadra biancoceleste, brillante protagonista della serie D in piena corsa playoff. «Adesso è difficile parlare di calcio, la salute è il primo pensiero per tutti e mi auguro che si risolva tutto presto e bene. Le partite vere si stanno giocando su un altro campo, dove c'è chi cura chi sta soffrendo».

In stand-by la vita da atleta, anche se si prosegue col lavoro sul piano fisico con programmi-base e personalizzati curati dallo staff tecnico sassarese, anche capitan Cabeccia ha riorganizzato il suo tempo. «Lo impiego soprattutto sui libri di anatomia, sto preparando un esame universitario, ma c'è spazio anche per la playstation e per i contatti con il mondo biancoceleste. Con il mister, i compagni e la società ci sentiamo ogni giorno».

Si chiacchiera, si ride e si scherza nonostante tutto, ma non sugli allenamenti che seppure in ambito domestico vanno avanti. «Io ho la fortuna di avere spazi e attrezzi per lavorare in modo accurato. Non mi annoio, ma confesso che ogni tanto rischio di sbroccare. Sono attimi di sconforto che passano grazie agli affetti, amici compresi, che risollevano da ogni cedimento. Il calcio per tanti di noi è un lavoro e spero che si possa in qualche modo ricominciare a giocare, senza avvantaggiare nessuno o danneggiare altri, a livello contrattutale ed economico».

Intanto si va avanti e aspettando di ritrovare la normalità si sogna. «La prima cosa che farò quando si ripartirà? Andare al mare con la famiglia, correre e giocare sulla spiaggia, godere delle cose belle della vita. Ovviamente con un pallone sempre a portata di piede».

Sandra Usai



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