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Dalle minors fino alla Serie A, ora Luca Gandini si ritira: «È stato bello, Dinamo»

di Antonello Palmas
Dalle minors fino alla Serie A, ora Luca Gandini si ritira: «È stato bello, Dinamo»

Per il 38enne centro triestino la gara vinta con Reggio Emilia è stata l’ultima in carriera. «Sassari io e la mia famiglia siamo stati benissimo per 4 anni e vorremmo restare». «Tra i ricordi più belli le due semifinali raggiunte e le tante relazioni costruite nel club e fuori».

07 maggio 2024
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Sassari Nessuno fuori dalla Dinamo sapeva della decisione sino all’annuncio nel dopo-gara, peccato perché un applauso da parte del PalaSerradimigni sarebbe stato il minimo. Luca Gandini ha giocato l’ultima gara in carriera contro Reggio Emilia, il centro triestino lascia a 38 anni. «È un po’ nella mia indole: non mi piace stare sotto le luci della ribalta, ho preferito uscire con qualche dichiarazione. All’interno lo sapevano tutti. I compagni mi hanno ringraziato, mi hanno fatto tanti complimenti, felicissimo di aver chiuso così».

E felicissimo di averlo fatto a Sassari, ha detto.
«Ho girato tantissimi posti, ma solo in un altro, Lumezzane, la mia prima esperienza fuori casa, sono rimasto così tanto tempo. Già questo fa capire quanto è stata importante per me questa piazza. Mi sono trovato benissimo, con staff, società, tifosi. Mia moglie (hanno due bambini) si trova benissimo, ha trovato lavoro qui. Per questo era importante finire qui».

Tutti le hanno sempre riconosciuto un ruolo di collante dello spogliatoio, cose che non si comprano al market.
«Qui proprio alla fine della mia carriera ho toccato il punto più alto, arrivare in una squadra che di recente ha vinto scudetto e coppe è stato davvero un sogno. Ero consapevole che lo spazio sarebbe stato poco, ma pure di quello che mi veniva chiesto di dare, anche fuori del campo. Credo di essermi comportato come mi è stato chiesto ed ero nel mezzo di molte dinamiche di spogliatoio. Tutti i messaggi che mi stanno arrivando anche dai miei ex compagni mi stanno facendo capire quanto sia entrato nel loro cuore».
Una volta si definì “il giocatore più Minors della A”.

«Certo, perché bene o male ho giocato in tutte le categorie, ho cominciato nelle giovanili a Piacenza: papà all’epoca era preparatore dei portieri della squadra di quella città. Lì ho fatto la mai partita da senior in Prima Divisione. Poi ho giocato in C2, C1, B, A2, ed è stato molto bello concludere la scalata in A e a Sassari».

A proposito, suo padre Rino Gandini è stato portiere, perché non lo ha imitato?
«Eh, ci ho provato da bambino, ma non mi piaceva molto il ruolo e sono passato quasi subito al basket. Certo non avrei mai pensato di arrivare sin qui. Ricordo la scommessa che facemmo con un compagno a Piacenza, che pure aveva la Prima divisione come prima squadra: 50mila lire che uno di noi avrebbe un giorno giocato almeno in A2. Mi deve ancora dare i soldi...». Poi “Gando”, come lo chiamano tutti, ha giocato in un gran numero di squadre: Verona, Trieste (promozione in A2), Trento, Mantova, Fortitudo, Ravenna».

Gli ultimi 5 anni in A: il primo a Varese: aveva già 34 anni, un esordio più unico che raro per tempistica.
«Può essere. Una coincidenza incredibile: mio papà, in uno sport diverso, come il calcio, ha fatto il suo primo e unico campionato di serie A con la Triestina a ... 34 anni».

Quindi nel 2020 l’arrivo nella Dinamo del Poz, triestrino come lei. Cosa ricorda di più di questi 4 anni?
«Le due semifinali con Piero (Bucchi), sono quasi come degli scudetti per quanto è difficile combattere lo strapotere di Virtus e Milano. E il rapporto che si è creato con i compagni, con lo staff, tutti gli allenatori, che alla fine sono le cose più importanti, dato che vittorie e sconfitte passano, mentre le relazioni che si creano nel basket possono durare anche tutta la vita. E il rapporto con tanti anche fuori dal campo».

Ha chiuso insieme al giovane Alessandro Dore a 3-4 minuti dalla fine.
«Potrà raccontare che la mia ultima partita è stata la sua prima. Gli ho anche scritto dicendogli che ha un grande potenziale, sono convinto che possa fare una grande carriera: di gente con tanti punti nelle mani e talento come lui ne ho visto poca in questi 20 anni».

Il carattere, sereno, gioviale, autoironico, è quello giusto per accettare lo stop?
«Non è facile, ma stavo meditando la scelta da un po’ anche per il piccolo infortunio che avuto a inizio anno, per cui diciamo che avevo già somatizzato. Sono contento che l’addio sia arrivato dopo una vittoria, anche se non è servito per raggiungere l’obiettivo stagionale dei playoff. Ma almeno ci siamo salutati con un sorriso».

Non ha vinto molto in carriera.
«Ma mi sono divertito tanto lo stesso (ride). E comunque alla fine, dai, qualche soddisfazione me la sono levata pure io. Una Coppa Italia a Verona, un campionato a Trieste dalla B alla A2, anche una C1 agli albori della carriera. Avrei potuto vincere molto di più, ma alla fine ricordo molto di più le delusioni delle sconfitte che le gioie delle poche vittorie».

A Sassari si è laureato in Scienze motorie.
«Sì, alla fine di un percorso durato quasi 20 anni. Mi iscrissi a Verona dopo le superiori, ma poi è stato difficile conciliare le carriere di giocatore e studente. Poi sono arrivati anche i figli… Così due anni fa mi sono iscritto in una università on line dove è stato più facile completare il percorso, mi mancavano ormai pochi esami».

Sarà il suo nuovo campo?
«Spero di restare comunque nello sport, in cui ho un’esperienza ultraventennale. Sto cercando di intraprendere più percorsi possibile, sto cominciando il corso da allenatore oltre a essere preparatore».

Capito: resterà in Dinamo.
«Sarebbe bello potere essere ancora d’aiuto. Andrò a parlare prima possibile con Sardara e Pasquini. Può darsi che qualcosa possa venire fuori».

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