«Limba sarda comuna: una bella idea bloccata dal campanilismo»

A Cagliari la giornata dedicata alla Lingua Madre. Intervista con Sergio Salvi il difensore del multilinguismo

CAGLIARI. L’orgoglio di parlare la propria lingua. Nella sala Lussu della Biblioteca Provinciale le carte geolinguistiche sulle lingue minoritarie e sui diritti dei loro parlanti raccontano di un mutamento avvenuto in Sardegna in Italia e in Europa. Nella giornata dedicata alla Lingua Madre il convegno “Limba maternas, limbas propias et limbas natzionales” discute un bilancio della legge 482, vent’anni dopo. Tra gli ospiti Sergio Salvi, scrittore fiorentino che alle lotte per il plurilinguismo ha dedicato testi fondamentali come “Le nazioni proibite”, “Le lingue tagliate” e “Patria e matria”.

Ci aiuta a fare il bilancio di vent’anni di legge 482 alla luce di una storia personale che la vede in prima linea da molto tempo prima del 1999?

«L’articolo 6 della Costituzione è stata la mia prima battaglia e grazie ad alcuni deputati e senatori ho avuto all’inizio un certo appoggio politico ma per arrivare alla legge 482 hanno lavorato altri. Sulla carta va tutto bene ma quando c’è da realizzare politiche appropriate si rimanda, così non si affronta il problema. Quindi la legge ha fatto grandi passi avanti sul riconoscimento teorico, piccoli passi avanti sul riconoscimento dei diritti e quasi zero fatti sul piano pratico. D’altra parte la 482 è stata fatta così male, così capziosamente, affidando a province, comuni, genitori una realizzazione impossibile. Oltre al fatto che mancavano gli strumenti necessari per dare vita vera alle lingue minoritarie, non c’erano le grammatiche, i mezzi strumentali didattici, eccetera. Su questo fronte molto è stato fatto negli studi universitari... Però non è evidente. Entrando in questa biblioteca c’è un avviso in tre lingue: sardo, italiano, inglese. Quando ho cominciato la mia battaglia del tutto teorica per l’uso della lingua sarda non ce lo saremo nemmeno immaginato. Purtroppo le differenze di campanilismo fanno sì che pur avendo la Regione Sardegna scelto una forma che si chiama “Limba sarda comuna”, la Provincia di Cagliari abbia potuto scegliere il campidanese. In realtà sono la stessa lingua: qui scrivono provincia e altrove provintzia, ma c’è una tabella e le differenze sono dieci in tutto. Una normalizzazione è necessaria negli atti ufficiali».

Ma tante difficoltà non fanno pensare che per i sardi non sia poi così importante la lingua, altrimenti avrebbero trovato un accordo?

«Può darsi. Va molto meglio dove la lingua viene rifatta. Prendiamo Israele, Cristo non parlava più ebraico ma aramaico. A fine Ottocento primi del Novecento Ben Yehuda, un filologo lituano ebreo decide di fare una koiné ebraica moderna che significa inventare i vocaboli che non esistevano nei testi biblici: stazione, treno, radar. Ha avuto successo e il suo neo-ebraico è diventata lingua ufficiale di Israele dove è obbligatorio impararla. Lì però prevalgono pesanti motivi politici... Delle volte però non basta, in l’Irlanda l’inglese impedisce l’irlandese che pure è insegnato in tutte le scuole ed è lingua ufficiale. Anche in condizioni di grandi nazionalismi e rivendicazione l’uomo cambia lingua con grande disinvoltura. Certo ci vuole un grande amore per ciò che si considera essere la patria e la comunità reale, per cui per uno l’idea di patria significa parlare la sua lingua, un altro si sente irlandese parlando inglese».

Che rapporto emotivo passa tra la lingua materna e la lingua di stato?

«E’ difficile rispondere: ci sono i fortunati per i quali la lingua materna che coincide con la lingua di stato. Il resto entra in una serie di casistiche e di sfumature per cui si va ai due estremi».

Fino a che punto un sardo sente il sardo la sua lingua materna?

«Forse nel momento in cui c’è da scegliere tra essere sardo ed essere italiano. Mi è capitato quando si combattevano l’imperialismo e le servitù militari esorbitanti in Sardegna e a Udine... lì ci si rende conto....D’altra parte ci sono lingue reinventate o reimparate. Come le lingue indigene dell’America Latina... In Perù il Quechua e l’Aymara son diventate lingue ufficiali come lo Spagnolo, in Bolivia e in Equador hanno significato il riscatto della coscienza. Magari non sarà la maggioranza ma un bel 40% vuol parlare quechua è contenta, poi magari non lo parla neppure però vuole questo. Oppure pensiamo al berbero nell’Africa settentrionale. In questo momento il berbero è terza lingua ufficiale in Algeria e il Marocco. La definizione di Algeria, fino all’anno scorso paese arabo, adesso è paese “musulmano, arabo e berbero”. Arrivare a questo dopo una lotta che ha fatto migliaia di morti solo perché la gente chiedeva di parlare berbero e studiarlo a scuola è un incredibile passo avanti».

La situazione delle lingue minoritarie in Italia?

«In Sud Tirolo c’è sempre stata. In Ladinia molto meno; però una cosa è il tedesco, grande lingua di cultura, politicamente appoggiata, e una cosa il ladino. In Friuli la situazione è più o meno come in Sardegna: un quarto della popolazione è fiera di sentirsi friulana o sarda la metà si disinteressa, l’ultimo quarto è fiero di essere italiano. Le lingue tagliate sono ancora tali? Sì magari sono appena ricresciute di qualche millimetro ma son sempre tagliate».

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