“Il ballo della vita” prova d’esordio dei Maneskin
Un anno dopo l’ingresso nell’arena di X Factor, che li ha fatti conoscere a tutta Italia, i Maneskin hanno proposto ieri il loro esordio discografico, “Il ballo della vita”, e con un preciso...
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Un anno dopo l’ingresso nell’arena di X Factor, che li ha fatti conoscere a tutta Italia, i Maneskin hanno proposto ieri il loro esordio discografico, “Il ballo della vita”, e con un preciso messaggio di libertà. «Il ballo è un atto che avvicina le persone, fa perdere le sovrastrutture e fa uscire la parte più spontanea di noi», ha detto la bassista Victoria, presentando con gli altri compagni di viaggio il disco, martedì a Milano (assente solo il batterista Ethan, bloccato da un’appendicite). Questo messaggio ha una musa ben precisa, che il pubblico più affezionato ha imparato a conoscere: «Marlena è il filo conduttore – spiega Damiano, frontman del giovanissimo ensemble romano –. Abbiamo cercato di dare un nome, un volto e una voce al nostro messaggio di libertà». Libertà che è rivalsa dopo un passato di porte sbattute in faccia e un presente non privo di odio, generato dal modo di presentarsi della band: «Il nostro messaggio è trasmettere sicurezza alle persone – dice Victoria –. Non bisogna farsi toccare dagli insulti o autolimitarsi: anche noi abbiamo rispettato il messaggio e non ci siamo imposti limiti di nessun tipo». Il risultato musicale di questo principio è ben visibile nel suono meticcio e rétro del disco, già udibile nei fortunati singoli “Morirò da re” e “Torna a casa”. E se per Damiano il disco è «un’altalena di emozioni», lo stesso si può dire dei generi che vi sono rappresentati, spesso all’interno della medesima traccia: funk, disco, rap, blues rock, ballad elettrica, cori gospel, rock gitano, raggamuffin e molto altro si alterna fin dal primo pastiche, “New Song”. A unire i diversi spunti è la storia tratteggiata dalle invocazioni a Marlena: cercata in “Torna a casa”, invitata a ballare ne “L’altra dimensione”, irraggiungibile ne “Le parole lontane” e infine riconquistata con “Niente da dire”. Nel mezzo il quartetto gioca anche con il rap, spalleggiati da Vegas Jones e dalla produzione di Don Joe in “Immortale”: «Abbiamo fatto questo featuring non perché ci interessava entrare in quel mercato, ma perché siamo figli di questa generazione – spiega Damiano –. Stiamo crescendo ascoltando questa musica, ci piace e penso che il mio modo di scrivere sia influenzato dalle metriche rap». Il disco sarà accompagnato dal documentario “This is Maneskin”, in bundle con il disco, e proiettato in molti cinema.
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