Dalle miniere del Sulcis al Gennargentu tante occasioni sprecate

I parchi non sono penitenze. Anzi possono dare vantaggi a chi li abita e li cura con convinzione. Hanno un valore educativo, perché l'esercizio di pratiche per vivere in pace con la natura può...

I parchi non sono penitenze. Anzi possono dare vantaggi a chi li abita e li cura con convinzione. Hanno un valore educativo, perché l'esercizio di pratiche per vivere in pace con la natura può estendersi gradualmente ad altri territori e comunità. I parchi possono aiutare l'economia, com'è ampiamente dimostrato. Ma poveri noi se li riduciamo a etichette per acchiappare qualche turista smarrito. Penso alla scritta verde e menzognera “Parco nazionale del Gennargentu” in alcune mappe online della Sardegna.La stessa delimitazione indicata nel Dpr del 1998. Circa 70mila ettari di territorio: un parco fantasma tra la Barbagia e la costa di Dorgali - Baunei. Una patacca che rimbalza nel web. Vitali soltanto le trame ecologiche che legano la montagna al mare, ci mancherebbe. Vera l'intensità delle suggestioni che suscita da sempre. «Ho mille volte appoggiato la testa ai tronchi degli alberi (... )per ascoltare la voce delle foglie», è il pensiero di Grazia Deledda rivolto a quei luoghi.

L’EQUIVOCO. Ma quel “Parco nazionale” non esiste (i parchi nazionali sardi sono le due minuscole isole: Asinara tutta di proprietà pubblica e La Maddalena con qualche conflitto latente). Per il Parco del Gennargentu c'è solo la designazione. «Gli organi di governo non sono mai stati costituiti e l' applicazione della disciplina di tutela è stata rinviata a una nuova intesa Stato-Regione dalla legge 266/ 2005- comma 573», spiega il ministero dell'Ambiente, al quale non è pervenuta nessuna istanza dalle istituzioni sarde, per cui il bel proposito è rimasto nelle scartoffie e nella geopolitica di Internet. Senza le tutele di legge non esiste nessun parco nazionale. Fa comodo l'equivoco del titolo accattivante. Ma non è escluso che dai-dai finisca prima o poi tra i raggiri delle comiche: il Parco è «formalmente istituito- perdindirindina!» – direbbe magistralmente Totò.

LOCALE-GLOBALE. L'equivoco – si dice parco ma non si fa – serve anche a occultare i veti anacronistici in Barbagia e Ogliastra. Un no di cui le giovani generazioni chiederanno conto,– a proposito di futuro negato; non avranno risposte se non il balbettio imbarazzato di chi nel corso del Novecento e in questo secolo ha sempre detto signorsì a tutto. Rifiutando questo progetto di tutela per lo sviluppo, imperniato sulle interazioni tra locale e globale, tra la difesa di antiche usanze e indispensabili aperture al mondo. Come immaginava il parlamentare Antonio Monni di Orgosolo, primo sostenitore del progetto, che recriminava in Senato (1967) sulla indolenza della Regione. («Non basta ammirarla distrattamente, letterariamente, la natura bisogna difenderla»). Ha vinto chi ha alzato la voce, urlato gli slogan più strampalati – «prima l'uomo e poi il muflone». Senza contraddittorio e in danno di quella società che oggi declina malinconicamente. «Il parco ce lo facciamo noi», sembrava un tratto dell'orgoglio sardo, ma è finito nel nulla e temo irrimediabilmente. Come a Macondo dove «le stirpi condannate a cent'anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra».

NATURA NEGATA. La politica non ha spiegato la convenienza di proteggere quell'area secondo i principi della comunità scientifica internazionale. Basta l'etichetta e stiano tranquilli i proprietari dei suoli e gli utilizzatori abusivi di terre pubbliche. Quel parco negato è il simbolo di un impedimento strutturale (e culturale) alla affermazione di modelli di crescita alternativi alle manomissioni cicliche di habitat di pregio. E chi ha tentato di fare gli interessi della Sardegna assicurando protezioni adeguate con vincoli alle trasformazioni del territorio (utili per pochi), ha pagato con l'emarginazione. Per cui cui molti atti per la tutela di beni comuni sono stati disattesi. Si pensi alle leggi sulla istituzione di parchi regionali ( n.31/89 e 349/91) sostanzialmente inattuate. O alla risposta elusiva al Codice dei Beni Culturali: le prescrizioni del Ppr avversate e ignorate da una gran parte di comuni costieri. In questo quadro malaccorto e ingannevole gli investimenti pubblici per opere utili soltanto nella fase di realizzazione.

INERZIA. Sta in questo solco la sciatteria nella vicenda del GeoParco. Come sembra dimostrare la dura risoluzione Unesco che lo caccia con ignominia dalla Rete Geoparks. Nonostante il profilo originale del parco sardo, sommatoria di 8 aree, 81 comuni coinvolti, un'estensione di 3700 chilometri quadrati che richiedeva, come raccomandato dalla prestigiosa organizzazione, iniziative tecnico-scientifiche all'altezza di questo non comune carattere. Non sorprende che Unesco abbia colto con disappunto l'inerzia del Geoparco sardo, la mancanza di sintonia dei suoi rappresentanti con l'indirizzo della istituzione impegnata ad accreditare i capolavori dell' ingegno umano e della natura nella World Heritage List essenziale per l'umanità. Figurarsi. Il parco geominerario era fortunosamente inserito tra le meraviglie del patrimonio mondiale ma ha dato prova di non essere all'altezza, e nonostante gli avvertimenti numerosi, nessuno – in tanti anni – si è preoccupato dell'aria brutta (a parte l'interpellanza tardiva di alcuni consiglieri regionali della Lega nel luglio scorso).

BENE COMUNE. L'impressione che si ricava da questa recente imbarazzante lezione, riguarda l'atteggiamento della politica che sfugge alla necessità di buon governo del territorio, e sottovaluta le voci della piazza rivelatrici di un'attesa più consapevole di quanto si pensi. La bocciatura del Geoparco si inquadra nel più generale clima di rinuncia all'esercizio della lungimiranza per dare retta a necessità contingenti e con scarsa rilevanza pubblica. «Non si dev'essere troppo ossessionati da questioni limitate e particolari. Bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti noi», ripete Papa Francesco, credo pure con riguardo alla questione ambientale.

C'è da sperare che la sanzione di Unesco e la conseguente figuraccia (si veda GeoturismoOnline), servano alla classe dirigente dell'isola per un'attenta riflessione autocritica. Si tratta di decidere qual'è l'obiettivo nell'interesse pubblico e assumere un punto di vista coerente senza dare retta agli strattoni del mercato.

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