Bodei e l’isola: «Il mio cuore batte leggero qui»

La docenza nei grandi atenei internazionali e l’amore intatto per la sua Sardegna

CAGLIARI. Filosofo globetrotter (da Los Angeles a Tokyo, università africane e australiane, Pisa e Tubinga, Heidelberg e Bochum dove si era confrontato con Ernst Bloch e Karl Löwith), idealtipo dell’isolano colpito dal “Mal di Sardegna”, professava spesso la sua sardità («ma non insistete con l’identità, è tale in tutto il mondo»).

A fine primavera, durante una passeggiata in Terrapieno con un suo compagno di banco del liceo “Siotto” di piazzetta Dettori, Tarquinio Sini, giornalista, e di Maria Paola Masala (prima donna giornalista professionista in Sardegna) aveva detto: «Sto bene in ogni parte del mondo, ma a Cagliari il cuore batte più leggero. Ho ottant’anni, in viale Buoncammino, guardando Sant’Elia o il Poetto, mi sento sempre un ragazzo».

Il “ragazzo” Remo Bodei, il professore che sapeva parlare nelle aule magne e in una qualunque scuola media, il “filosofo delle passioni”, l’inventore del festival della Filosofia di Moderna Carpi e Sassuolo, lo studioso massimo di Friedrich Nietzsche, è morto avant’ieri sera nella casa di Pisa, corso Lungarno Gambacorti. Era il docente sardo più conosciuto e apprezzato al mondo. Vicini a lui, la moglie Gabriella Guaglioni e le figlie Chiara e Lisa. Il funerale oggi in Sapienza, via Curtatone e Montanara, dove ha insegnato per decenni.

Mail in sardo. Poche settimane fa, a un altro amico sardo col quale scambiava mail in limba campidanese, usando uno dei più popolari cenni di saluto affettuoso, aveva annunciato il tramonto: «Non banda beni, no sciu candu possu torrai a Casteddu. Saludi chena trigu». Cari saluti, ma «senza il grano», che sta per «senza allegria» perché «le cose non vanno bene, non so quando potrò rivedere Cagliari». Poi le cose sono precipitate.

Mail in italiano: «Le sorprese sono brutte, sono in ospedale per chemioterapia, stontonato, bucherellato e con la nausea». Una volta per dire “stontonato”, cioè affranto, privo di forze, aveva usato un aggettivo doc da slang cagliaritano: “Canzàu”. Eppure aveva programmato «un autunno 2020 tutto sardo, pusti sa maladìa, dopo la malattia». Perché «voglio rivedere il pozzo di santa Cristina di Paulilatino, Santu Antine a Torralba, la necropoli di Sant’Andrea Priu a Bonorva, l’albero della vita nella nicchie della chiesa di San Sebastiano a Perdasdefogu, le quattro Maddalene di Mario Delitala nel Duomo di Lanusei. E poi stare ore nella necropoli di Tuvixeddu a Cagliari dove sono scritti duemila anni storia che noi sardi poco conosciamo». E aveva aggiunto: «Se ci conoscessimo meglio, se capissimo quale patrimonio culturale abbiamo, vivremmo con minori stenti: da Monte d’Accoddi al Monte Sirai di Carbonia». E non smetteva di citare i grandi artisti sardi del Novecento: fra tutti nominava Pinuccio Sciola, Maria Lai, Delitala e Costantino Nivola: «Sono stati veri giganti». E quasi sempre ricordava cinque scrittori: Grazia Deledda e Salvatore Satta, Giuseppe Fiori («che capolavoro La vita di Antonio Gramsci»), Giuseppe Dessì e Salvatore Mannuzzu. Due estati fa era stato chiamato per il premio Dessì a Villacidro. Al presidente Paolo Lusci aveva detto: «Sono molto onorato, quando leggo Paese d’ombre rinasco, ridivento un bambino e quasi mi pento di non rientrare più spesso in Sardegna». Era stato felice a febbraio del 2012 quando l’ex preside del liceo “De Castro” aveva organizzato il seminario “Quale futuro per la cultura classica”.

Difendere l’istruzione. Con Bodei c’erano Manlio Brigaglia, Giulio Angioni, Attilio Mastino, Oliviero Diliberto, Dario Antiseri, Simonetta Fiori, Giulio Giorello, il vescovo teologo Ignazio Sanna, Luca Toschi e Luciano Cicu. Bodei, prima del convegno, poco dopo l’alba, aveva voluto visitare San Giovanni di Sinis e gli scavi di Tharros. Parlando al “Teatro Garau” aveva detto: «Io non difendo gli studi classici, difendo lo studio. Che senza i classici non si può concepire. Possiamo far a meno di Platone e Catullo? Questo non è classicismo, è storia dell’umanità. E senza storia non c’è futuro». Non nasce filosofo. Dopo la maturità classica si iscrive in Fisica all’università. E studia e suona il flauto nella aule del Conservatorio.

Poi scatta la molla filosofica. Lascia il Golfo degli Angeli ed eccolo in uno dei santuari del sapere italiano, la Normale di Pisa, la stessa dove si laurea – tra gli altri - Carlo Azeglio Ciampi. Tra i suoi docenti Delio Cantimori (“da lui ho imparato a dare il giusto risalto ai dettagli”), il suo maestro per eccellenza è Arturo Massolo che gli fa amare («quasi alla follìa») Friedrich Hegel. Bodei, quasi in ogni incontro pubblico (lo aveva fatto anche a Oristano applaudito da Oliviero Diliberto che stava con lui sul palco) non cessava di citare la “Fenomenologia dello spirito” del 1807 e subito dopo “La scienza della logica” uscito tra il 1812 e il 1816.

Fornire il senso. E quando si sparge la voce (Berlusconi-Gelmini regnanti) che dalle scuole superiori si vuol cancellare lo studio della Filosofia, Bodei dice (durante una visita ai menhir dell’Osservatorio astronomico di Goni): «Non crederanno mica di fare un torto a noi filosofi? Faranno un torto, danneggeranno l’umanità. Perché se non studi il pensiero non puoi studiare né sapere alcunché».

Ne aveva parlato ad ottobre del 2017 in una delle ultime apparizioni a Cagliari, Fondazione di Sardegna, commentando il libro di Elisabetta Chicco Vitzizzai “Nietzsche, psicologia di un enigma”. Filosofia tedesca e pensiero universale, «non dobbiamo sistemare il mondo ma fornire il senso a quest’epoca di tante incompetenze». Aveva seminato dubbi. Era tornato a passeggiare in Terrapieno per «Sardegna, il mio cuore batte più leggero».

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