La Nuova Sardegna

Ricky Gianco: «Sardegna e rock sono le mie passioni»

di ALESSANDRO PIRINA
Ricky Gianco: «Sardegna e rock sono le mie passioni»

Tra aneddoti e ricordi parla una delle icone della musica italiana

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Dietro il nome d’arte che gli suggerì Adriano Celentano si nasconde il più sardo dei cognomi. All’anagrafe Ricky Gianco è Riccardo Sanna, padre e nonni di Cagliari trapiantati a Milano prima dell’ultima guerra. La Sardegna lui l’ha conosciuta solo dopo i vent’anni, quando era già uno dei pezzi pregiati della musica italiana. Uno dei padri di quel rock che anche in Italia mandò in soffitta i cantanti melodici. Autore di canzoni che hanno fatto la storia della musica, da “Ciao ti dirò”, con cui debuttò a 16 anni, a “Pugni chiusi” portata al successo dai Ribelli, dalle mitiche “Pietre” lanciate da Antoine a Sanremo, fino alle evergreen “Stai lontana da me” e “Pregherò” cantate da Celentano, Ricky Gianco, 77 anni compiuti l’altro giorno, è una miniera di storie di un mondo che oggi non esiste più.

Riccardo Sanna diventa Ricky Gianco: come nasce il suo nome d’arte?
«Avevo 16 anni e avevo inciso il mio primo disco, “Ciao ti dirò”, col nome di Ricky Sanna. L’anno dopo sono passato alla Ricordi come Ricky Sann, senza la a finale. Nel frattempo Adriano mi aveva visto cantare: “sei bravo, peccato che non hai la erre”, mi aveva detto. Feci un po’ di dizione e tornai da lui, stava nascendo il Clan. Io gli dissi subito di sì, ma intanto la Ricordi minacciò di farmi causa. Fu Adriano a dirmi: “cambia nome, così fanno causa a uno che non c’è più”. Qualche notte dopo squillò il telefono: “Ricky, ti piace Gianco?”. Io ero ancora addormentato, ma gli dissi: “sì, mi piace”. Ecco, da allora sono Ricky Gianco».

Dal suo cognome però traspaiono origini sarde.
«Tutta la famiglia di mio padre era di Cagliari. Ancora c’è qualche lontano parente, ma saranno 40 anni che non li sento. I miei nonni si erano trasferiti a Milano, ma quando mia madre era incinta la nostra casa fu bombardata e così andammo a vivere da conoscenti che avevano una fattoria a Casalpusterlengo. Quando arrivò il mio momento l’ospedale più vicino era quello di Lodi e lì sono nato per caso. Ma subito dopo siamo tornati a Milano».

La prima volta in Sardegna?
«Avevo già 22-23 anni. Ma quando sono arrivato successe una cosa strana: era come se ci fossi sempre stato. E infatti ogni volta che vengo nell’isola è come se tornassi a casa. Fino a qualche fa sono venuto spesso a Quartu a trovare il mio amico Massimo Carlotto».

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A Tempio fu ospite di Fabrizio De André e Dori Ghezzi all’Agnata.
«Andai con mia moglie Gabriella. Conoscevo la Gallura dai racconti di mia nonna, Maria Devilla: lei era un’insegnante e da Cagliari si era trasferita a Tempio perché la sua mamma aveva dei problemi ai polmoni. Lei mi parlava sempre di queste eccezionali salsicce galluresi e io lo raccontai a Fabrizio. Lui mi disse: “Te le faccio fare”. Così le assaggiai. Ai tempi non ero ancora vegetariano e capii il perché mia nonna me ne parlava tanto».

Che squadra tifa?
«Inter e Cagliari. Una volta ero inviato per “Quelli che il calcio” allo stadio insieme ai Tenores di Bitti. Loro avrebbero dovuto cantare solo nel caso il Cagliari avesse segnato. Il gol però non arrivava e quando capii che non ci sarebbe mai stato dissi a Fazio: “Fabio, falli cantare”. Furono magici, incredibilmente fantastici, ma quando mi unii a loro uno dei componenti si girò e mi fulminò con lo sguardo».

Seguiva il Cagliari di Riva?
«Ho visto solo qualche partita, perché quando uscivo dallo stadio mi ritrovavo sempre senza voce. Io mi agito, urlo, mi incavolo. Ma una volta Gigi Riva l’ho incontrato di persona: un campione fantastico».

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Lei è uno dei padri del rock in Italia: come siete riusciti a imporvi sulle canzonette?
«I miei primi dischi erano cover rock, perché io ascoltavo Radio Luxembourg, la stazione radio che trasmetteva fuori dalle acque territoriali inglesi. Alla Ricordi ho scoperto che c’era una marea di dischi che le case discografiche inviavano con la speranza che venissero pubblicati in Italia. Chiesi: “Posso portarmeli a casa?”. E così cominciai a farmi una cultura di musica rock. Da Ray Charles a Chuck Berry. Ai tempi in Italia dischi non ce n’erano e la Rai non trasmetteva nulla».

Cosa è stata quell’epoca?
«Non vorrei essere blasfemo, ma fu un piccolo ’68. Non ne potevamo più di questa atmosfera da fine Ottocento. Non potevi andare scuola in blue jeans perché rischiavi la sospensione. In quegli anni c’era un fermento pazzesco. Il Paese stava rinascendo dopo la guerra. L’arrivo delle prime Seicento fu un cambiamento epocale. Quelle cose come il rock nascono perché ci sono movimenti, situazioni che muovono il mondo.».

Alla Ricordi eravate lei, Gino Paoli, Luigi Tenco, Enzo Jannacci, tutti alle prime armi.
«Quasi senza rendermi conto a 16 anni avevo inciso “Ciao ti dirò”. Gianfranco Reverberi venne a cercarmi per portarmi alla Ricordi. Per un paio d’anni sono stato la mascotte. C’erano Gaber, Paoli, Bindi, che erano quelli già un po’ conosciuti. Poi c’erano gli sfigati: Luigi (Tenco, ndr), Endrigo, Jannacci e il sottoscritto che era l’unico che faceva un po’ di roba diversa. Ache Tenco amava il rock. Aveva fatto anche qualche canzone, come “Vorrei sapere perché” che poi io ho rifatto nel 1991 con i Toto».

L’incontro con Celentano è stato fondamentale per la sua carriera.
«È stato molto importante. Nel Clan ci sono stato un anno e mezzo scarso e poi me ne sono andato. Ma forse sono l’unico del gruppo che è rimasto in buoni rapporti con lui. Un po’ di tempo fa l’ho chiamato e lui mi ha risposto. Che non è per nulla scontato. È più facile trovare Papa Francesco di Adriano. Ho un bel ricordo di quegli anni. Facevamo tutto noi, dalle coreografie agli arrangiamenti. Purtroppo poi mi ha tirato quella sola. Lui si era innamorato di quella canzone...».

Parla di “Pregherò”, che Celentano volle a tutti i costi interpretare lui. Si dice addirittura che la fece chiudere in camerino al Cantagiro del 1962 per impedirle di esibirsi.
«L’ho letto anche io, ma non andò così. Adriano, anzi, aveva fatto finta di farsi male per darmi la possibilità di sostituirlo in due tappe del Cantagiro. Furono le popstar di allora (Claudio Villa, Luciano Tajoli e Teddy Reno, ndr) a rinchiudermi dentro il camerino per sottopormi a un processo. Secondo il loro punto di vista era inconcepibile che un ragazzino che non era nessuno vincesse al posto loro. Non se ne capacitavano».

Vi siete mai chiariti?
«Con Claudio Villa sì, con Teddy Reno no».

Anche con De André ha avuto un legame molto forte.
«Fabrizio l’ho conosciuto quando non era ancora considerato quel grande poeta che era. Aveva una cultura quasi infinita. La musica per lui era una questione secondaria, poteva anche non metterla. Bastavano le sue parole e la sua voce magica».

Nella sua carriera ha vissuto tante fasi: dal rock al grande impegno degli anni Settanta.
«A parte il piccolo ’68 del rock’n roll c’è stato il grande ’68 dei cantautori. C’era bisogno di dire certe cose, di esistere. Ora, dopo che ho visto Sanremo, devo decidere in che fase siamo».

Le è piaciuto il festival?
«I Sanremo passati non li avevo visti, ma mi era piaciuto quello che ha vinto lo scorso anno, Mahmood...».

Anche lui sardo di origine, di Orosei.
«Lo so (ride). Quest’anno il festival l’ho visto e trovo che il vincitore, Diodato, abbia una voce meravigliosa».

E dei rapper cosa ne pensa?
«Mi appello al quinto emendamento... scherzi a parte, quando le cose cambiano spesso non ci piacciono. Funziona sempre così. Ma l’importante è essere giovani e creare. In ogni cosa c’è sempre qualcosa che fa schifo e qualcosa di bello. Anche nella techno ho trovato qualcosa di accettabile».

Lei ha scritto canzoni memorabili interpretate dai più grandi artisti. Quale ricorda di più?
«Mi ha dato molta soddisfazione Francesco Renga, quando con i Timoria, rifece “Pugni chiusi”».

Anche Renga è di origine sarda, di Tula.
«L’ho detto che per me la Sardegna è qualcosa di unico… e poi l’altra grande soddisfazione me l’ha data Adriano».

Racconti.
«Eravamo alla Bussola di Viareggio e Adriano si stava esibendo. A un certo punto manca la luce. Tutti iniziano a urlare: “luce, luce”. Finché qualcuno non parte con “Sei rimasta sola”. Tutto il pubblico canta la mia canzone, anche l’inciso che era la parte più difficile. È lì che ho pensato: ce l’ho fatta».

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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