«Basta machismo abbiamo bisogno di uomini nuovi»

Il nuovo libro della giornalista e conduttrice: la parità dei sessi resta ancora un miraggio

La parità dei sessi è ancora un miraggio. Nel 2020 l’Italia si conferma una società patriarcale. Dalla famiglia al lavoro, dal Parlamento ai consigli comunali, dai titoli dei giornali al palcoscenico di Sanremo. Il maschilismo è un male difficile da estirpare, ma qualcosa sta cambiando. Oggi si fa strada anche una nuova categoria di uomini, meno machi e più femministi. Ed è a loro che si rivolge Tiziana Ferrario nel suo libro “Uomini, è ora di giocare senza falli!”, edito da Chiarelettere. Un pamphlet ricco di analisi e provocatorio in cui la giornalista, volto storico del Tg1, smaschera, anche con ironia, gli atteggiamenti maschilisti degli uomini e le loro contraddizioni.

Perché questo saggio?

«Alle presentazioni del mio libro sulle donne, “Orgoglio e pregiudizi”, venivano tanti uomini, magari trascinati da mogli, compagne. Ed erano quelli che intervenivano di più. Dalle loro domande mi sono resa conto che c’è grande confusione sul rapporto con le donne».

Per esempio?

«Alcuni vedevano il femminismo come la voglia di eliminare gli uomini, quando invece femminismo oggi significa credere nelle pari opportunità per tutti. Altri più giovani si dicevano preoccupati di non potere più corteggiare, di passare per molestatori: eravamo in pieno “me too”. Girando l’Italia ho maturato l’idea che l’universo maschile non è poi così compatto. Ho approfittato del lockdown per ragionare sugli uomini e con gli uomini, per scrivere questo libro. Perché in questi anni sulle donne si è lavorato parecchio. Oggi le ragazze credono molto in loro stesse, non fanno solo lavori adatti alle donne ma seguono i loro sogni. Sui ragazzi e sui bambini invece non si è fatto granché. Le donne sono più indipendenti rispetto al modello che viene insegnato ai maschi. Da una parte dunque ci sono ragazze che si preparano e fanno carriera, dall’altra ragazzi che non sono pronti a convivere con questo modello».

Ma oggi il maschilista è sintomatico o asintomatico?

«Può essere anche asintomatico ma è portatore sano di virus che se si creano le condizioni può manifestarsi. Io ho cercato di fare un campionario dei maschilisti. Ci sono quelli incalliti, quelli inconsapevoli che pensano di non esserlo. C’è un lungo elenco che ho cercato di inquadrare anche in base alle azioni, ai posti che frequentano».

Il maschilismo è più presente al lavoro o in famiglia?

«Il maschilismo si manifesta dappertutto. È un modo di essere, di porsi nei confronti di chi si ritiene sottomesso. È un atteggiamento di superiorità non solo degli uomini, ma anche delle donne, degli omosessuali. È un modo di vivere trasversale. In casa, al lavoro. O pensiamo anche alla politica, dove tutti i giorni vediamo dibattiti in cui non ci sono donne. La politica in Italia è molto maschilista».

La nomina di una ministra transgender in Belgio ha fatto più notizia a Roma che a Bruxelles.

«L’Italia è un Paese molto maschilista, c’è una bolla che impedisce a tutto ciò che accade fuori di penetrare. Da noi c’è un modello machista, l’idea dell’uomo forte al comando, che nei casi estremi sfocia nella violenza. La donna viene considerata come qualcosa di sua proprietà: un rapporto non può finire per decisione della donna. Ha ragione Riccardo Iacona, uno dei pochi giornalisti femministi: ai bambini bisogna insegnare a scuola l’educazione sentimentale come antidoto alla violenza».

Chi sono gli altri uomini femministi presenti nel libro?

«Ho raccontato uomini di età diverse, percorsi diversi. Roberto Vecchioni, 77 anni, è nato con tutti i privilegi del maschio di casa, ma ha avuto al suo fianco una moglie, Daria Colombo, che - mi ha detto lui - lo ha aiutato a capire che certe cose erano sbagliate. E così hanno educato figli maschi e figlie femmine allo stesso modo. Oggi Vecchioni è diverso dal modello in cui era stato educato, anche se mai potrà dirsi femminista. Obama invece si è detto femminista, ma parliamo di generazioni e continenti diversi. In America c’è un’idea della parola femminista diversa da quella che abbiamo in Italia. Mi ha colpito molto anche Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione Ue, che mette a confronto la cultura italiana con quella del Nord Europa. Da giovane aveva vissuto in Italia e a colpirlo degli italiani fu la mascolinità abbinata a un rapporto forte con la mamma. E neanche lui ha problemi a definirsi femminista».

C’è in Italia qualche politico femminista?

«Uno che ha avuto coraggio è stato Renzi: il governo 50 e 50, le ministre Bellanova e Bonetti nel governo Conte. E bene ha fatto il ministro Provenzano a disertare un convegno perché non c’erano donne tra i relatori. Non l’aveva mai fatto nessuno».

Sul linguaggio di genere ci sono ancora molte resistenze, anche tra noi giornalisti.

«Si sta facendo molto per fare passare l’idea che serva un linguaggio diverso per raccontare le donne e la violenza sulle donne, ma ogni tanto ci sono ancora scivoloni imbarazzanti. Bisogna insistere. Chi lavora nella comunicazione ha grandi responsabilità. Discorso che vale anche per la tv, dove non esiste parità di ruoli. Ancora vediamo conduttori affiancati da ancelle».

Nel libro ripropone la lettera a Fiorello dopo le polemiche su Amadeus a Sanremo.

«L’ho aggiornata, perché rifaranno Sanremo e mi auguro che non mettano più questa parata di donne. Non si capisce poi perché di tutte queste donne debba essere esaltata solo la bellezza, che non è solo un paio di occhi o di gambe. Ci sono tante ragazze preparate e coraggiose nel nostro Paese. Abbiamo una gioventù fantastica. L’uomo solo al comando è uno schema vecchio e anche un po’ stucchevole».

C’era maschilismo al Tg1?

«Quando sono arrivata io c’erano un centinaio di uomini e pochissime donne. Non è stato facile. Ma devo ringraziare i colleghi che si sono comportati malissimo. Mi hanno insegnato a difendermi e se sono come sono è anche grazie a chi mi ha fatto sgambetti. Nel libro però ringrazio chi mi ha dato fiducia e sono stati dei maestri. Il Tg1, insomma, è stata una bella scuola di vita, in positivo e in negativo».

Perché dopo anni di politica estera ha deciso di impegnarsi nella difesa delle donne?

«L’interesse per la politica estera resta parte delle mie competenze. Mentre ero a New York, durante il passaggio tra le presidenze Obama e Trump, durante la violenta campagna elettorale tra Trump e Clinton, ho assistito a una grande violenza verso le donne da parte di questo candidato anomalo e machista. Ma sono rimasta colpita dalla capacità delle donne di difendersi. E l’ho raccontato in “Orgoglio e pregiudizi”. E dopo mi è venuto naturale continuare a raccontare queste storie. Il nuovo libro parla di uomini, ma c’è il racconto del mondo. Si mescolano più storie, con un occhio all’Italia. Il mio Paese, dove mi piacerebbe che le cose migliorassero».

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