Contro la guerra un sogno di pace
Da venerdì 30 in edicola con La Nuova il romanzo di Giulio Angioni “Sulla faccia della terra
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Con il romanzo di Giulio Angioni “Sulla faccia della terra” arriva in edicola, da venerdì 30 ottobre e per una settimana a 7.50 euro oltre il prezzo del quotidiano, la quinta uscita della collana Scrittori di Sardegna 2020.
Quello di Angioni è un romanzo storico che però guarda molto al mondo contemporaneo. Una notte di luglio del 1258, Mannai Murenu, giovane garzone di vinaio, si ritrova morto e sepolto nella presa e distruzione della città di Santa Gia da parte dei pisani. Settant’anni dopo invece racconta di come si salva e poi con altri si rifugia in un’isoletta dello Stagno di Cagliari, già lebbrosario e adesso sgombra, dopo che i lebbrosi sono stati catapultati a infettare la città assediata. Inizia così la narrazione delle molte avventure di un gruppo di rifugiati nell’Isola Nostra: oltre a Mannai, due sediari, Paulinu servo allo scriptorium di un convento, Vera donzella nobile, Akì schiava persiana, il vecchio ebreo Baruch, tre soldati di ventura tedeschi, Tidoreddu pescatore dello Stagno, il cane Dolceacqua, poi il fabbro bizantino Teraponto e un centinaio di altri. Nei guai della guerra si fingono lebbrosi, così protetti dal terrore del contagio. Inventano una vita di espedienti, protagonisti lo Stagno e la voglia di viverci liberi, in una grande avventura collettiva.
Del romanzo ha scritto Goffredo Fofi: «Angioni, di professione antropologo e autore per questo di romanzi tra i più stimolanti e densi di contenuto della nostra recente letteratura, narra qui di un tempo lontano, il 1258, come evocato dalla testimonianza, settant’anni dopo, dei sopravvissuti a una storia esemplare, un “sacro esperimento” involontario di utopia realizzata, anche se per una breve stagione. Nella guerra che oppone pisani e genovesi per il dominio sulla Sardegna, un piccolo gruppo di fuggiaschi si insedia, dentro il mutevole paesaggio dello Stagno di Cagliari, nell’isola dei lebbrosi, massacrati dagli assedianti, e lì costruisce una piccola comunità in cui convivono cristiani, ebrei, musulmani, bizantini, ex schiave e mercenari tedeschi in fuga, giovani, vecchi, bambini e un cane che sa scovare le polle d’acqua potabile. Professioni che rinascono, abilità che si riscoprono; e rapporti con i paesi di costa, nel mentre la guerra continua. Finirà male, tutto muta sempre e nulla si ferma, nella storia, ma proprio per questo tornano attuali esperienze esemplari e positive».
«In Angioni – conclude Fofi – romanzo storico e riflessione morale e civile si integrano in una narrazione rapida e avvincente, non predicatoria, fitta di figurine vive, non schematiche. Dopo l’ultima guerra, Vittorini scrisse su un tema simile “Le donne di Messina”. Tutto muta ma certi modelli ritornano, e continuano ad aver fascino e senso».
Quello di Angioni è un romanzo storico che però guarda molto al mondo contemporaneo. Una notte di luglio del 1258, Mannai Murenu, giovane garzone di vinaio, si ritrova morto e sepolto nella presa e distruzione della città di Santa Gia da parte dei pisani. Settant’anni dopo invece racconta di come si salva e poi con altri si rifugia in un’isoletta dello Stagno di Cagliari, già lebbrosario e adesso sgombra, dopo che i lebbrosi sono stati catapultati a infettare la città assediata. Inizia così la narrazione delle molte avventure di un gruppo di rifugiati nell’Isola Nostra: oltre a Mannai, due sediari, Paulinu servo allo scriptorium di un convento, Vera donzella nobile, Akì schiava persiana, il vecchio ebreo Baruch, tre soldati di ventura tedeschi, Tidoreddu pescatore dello Stagno, il cane Dolceacqua, poi il fabbro bizantino Teraponto e un centinaio di altri. Nei guai della guerra si fingono lebbrosi, così protetti dal terrore del contagio. Inventano una vita di espedienti, protagonisti lo Stagno e la voglia di viverci liberi, in una grande avventura collettiva.
Del romanzo ha scritto Goffredo Fofi: «Angioni, di professione antropologo e autore per questo di romanzi tra i più stimolanti e densi di contenuto della nostra recente letteratura, narra qui di un tempo lontano, il 1258, come evocato dalla testimonianza, settant’anni dopo, dei sopravvissuti a una storia esemplare, un “sacro esperimento” involontario di utopia realizzata, anche se per una breve stagione. Nella guerra che oppone pisani e genovesi per il dominio sulla Sardegna, un piccolo gruppo di fuggiaschi si insedia, dentro il mutevole paesaggio dello Stagno di Cagliari, nell’isola dei lebbrosi, massacrati dagli assedianti, e lì costruisce una piccola comunità in cui convivono cristiani, ebrei, musulmani, bizantini, ex schiave e mercenari tedeschi in fuga, giovani, vecchi, bambini e un cane che sa scovare le polle d’acqua potabile. Professioni che rinascono, abilità che si riscoprono; e rapporti con i paesi di costa, nel mentre la guerra continua. Finirà male, tutto muta sempre e nulla si ferma, nella storia, ma proprio per questo tornano attuali esperienze esemplari e positive».
«In Angioni – conclude Fofi – romanzo storico e riflessione morale e civile si integrano in una narrazione rapida e avvincente, non predicatoria, fitta di figurine vive, non schematiche. Dopo l’ultima guerra, Vittorini scrisse su un tema simile “Le donne di Messina”. Tutto muta ma certi modelli ritornano, e continuano ad aver fascino e senso».
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