«La società dell’incertezza rende precarie le nostre vite»

Lo scrittore parla di “XY”, che ritorna nelle librerie ma sembra scritto oggi

Dalla sua casa romana sull’Aurelia, Sandro Veronesi parla di un suo libro di dieci anni fa, titolo algebrico nelle Idi degli algoritmi, “XY”. Lo aveva pubblicato Fandango. Con tempismo letterario, lo ripropone La Nave di Teseo (448 pagine, 15,00 euro). E ci immergiamo nell’attualità, perché sembra scritto ieri, la cronaca virtuale immaginata nel 2010 è la realtà, incerta e minacciosa, di oggi. E così brillano i carati di un romanziere che ha bissato col Premio Strega (prima “Caos calmo” nel 2006 e poi “Il colibrì” dell’anno in corso) dopo aver conquistato nel 2019 la medaglia d’oro con La Lettura del Corriere della Sera. Di questo revival ha parlato ieri pomeriggio con La Nuova Sardegna.

In “XY” c’è Borgo San Giuda nel Trentino con quarantadue abitanti e undici morti per undici cause diverse sotto un albero ghiacciato. Oggi potremmo scrivere di Codogno in Lombardia, ma anche delle case di riposo a Sassari o Nuoro o di tanti luoghi del mondo.

«Più che mai tutto il mondo è paese. Quando avevo concepito “XY “avevo inventato tutti e quarantadue gli abitanti di Borgo, uno per uno, anche se nella narrazione non mi sono soffermato su tutti loro. Mi serviva come metafora del mondo, ma adesso tutti ce la ritroviamo di fronte quasi speculare. Direi che è un cluster: non tanto per il contagio, quanto per i linguaggi, il disagio psichico in una comunità globale sempre più chiusa. Borgo San Giuda è un cluster genetico fra quattro famiglie. Quanto è successo è stato per un puro, sciaguratissimo caso».

Undici morti in un villaggio di quarantadue residenti. Undici è numero simbolico. Undici sono i giocatori di una squadra di calcio. Con “XY” la squadra scompare del tutto.

«Undici è una simbologia della squadra-mondo. Eravamo e siamo assediati. A tavola, a pranzo o a cena, mandiamo giù un boccone mentre il male ci piove tra le pareti di casa. Il villaggio è globale ma ciò non avviene gratis. Subiamo ogni giorno una spallata di tipo psichico, dobbiamo renderci conto che dobbiamo convivere, reggere questi choc anche informatici, trecento morti ieri, quattrocento oggi, i camion militari con le bare per le vie delle città. Certo: non dobbiamo precipitare nella sindrome della negazione. Occorre prendere atto dei fatti. Chi nega ha problemi. È come non credere alla luna che sorge o al sole che tramonta».

Il tempo sembra immobile, non fugge irreparabilmente, ma resta immutato. Il corona virus come la spagnola di un secolo fa, la peste con i monatti.

«Il tempo se ne va nell’unica direzione che conosce, c’è una freccia e va lì, dove vuole. Ma cos’è il tempo? Una percezione? Un’opera dell’ingegno? Il tempo si ferma, fugge, ritorna. A Borgo ci sono undici morti misteriose. Nulla si sa di una bimba. Dopo la strage, la comunità non sa più gestire i conflitti. Il paese sembra impazzire. Le regole di ieri non valgono per l’oggi, subentra lo spaesamento. È il tempo dell’incertezza globale».

Resistono don Ermete il parroco e Giovanna Gassion giovane psichiatra che cercherà di salvare quel piccolo borgo. Due personaggi diversi?

«Entrambi hanno limiti chiari e possibilità di approfondimento. Lei crede molto nella psicoanalisi, lui in Dio. Una fede è scientifica, razionale, l’altra è religiosa, spirituale. Credenze che fanno comunque di loro due persone affidabili. Il loro stare insieme produce la sopravvivenza. Ma vivono anche di dubbi, le incertezze consumano la fede di don Ermete e l’autostima della psichiatra che crede negli studi fatti, nei maestri. Ma quelle morti ci sono. E miracoli non ne possono fare. Né possono spiegare il perché di tanti decessi».

Già dieci anni fa aveva detto che questo libro non è un thriller, non c’è suspense ma solo la conferma dell’inesplicabilità del male.

«L’ho detto e lo ripeto: non è un thriller, il mistero non viene risolto, non emerge il colpevole, ma non è svelato neanche il fatto, non c’è completezza dell’informazione. Ecco perché è cronaca dell’autunno 2020. Possiamo spiegare il Corona virus? Ci sono anche cose inesplicabili anche al di fuori del soprannaturale. Un delitto spesso lo devi prendere per quello che è. Indaghi e indaghi e non vieni a capo di nulla. Di questo virus che sappiamo? Così, leopardianamente, naufraghiamo. E si rischia di impazzire perché non conosciamo. Sentiamo cantici diversi a seconda dei cantori. Il virologo di una università prestigiosa dice A, un altro B, nessuno ha torto, nessuno ha ragione, io arrivo all’imperscrutabile XY. Prendo atto dei limiti anche se mi sforzo di superarli».

Eppure viviamo la società della conoscenza, della comunicazione, perfino dell’intelligenza artificiale.

«Invece stiamo aspettando risposte, siamo tra color che son sospesi. Quanto durerà il lockdown? Perché questo virus colpisce meno i bambini? Sappiamo da dove è arrivato? Queste e altre domande non ci danno tregua. Il cancro non è la stessa cosa? Avevo scritto “XY” dopo la morte dei miei genitori, per salvarli avrei capovolto il mondo ma non c’era proprio alcunché da fare. Tutti allora dobbiamo fare uno sforzo di accettazione dello status quo, certo credendo nella scienza e contrastando gli stupidi negazionisti. Tornando a quando immaginato a Borgo San Giuda dieci anni fa dobbiamo prendere atto che l’analogia è quasi semplicemente scontata».

Realtà difficile da accettare: e non solo in Italia.

«Ci stiamo confrontando con un male davvero misterioso. Molte malattie sappiamo come curarle. Questa ancora no. Stiamo aspettando il vaccino come regalo di Natale. Ma questa pandemia non si sa da dove viene, come si trasmette, come si diagnostica, come si cura. È poco consolatorio dirlo, ma dobbiamo accettare la realtà senza sprofondare nella follia. Nessuno può contestare quello che mi si contestava quando raccontavo di undici morti sotto le Dolomiti: il mistero non si risolveva a Borgo San Giuda, il mistero ancora non si risolve né a Codogno né a Londra. Accendiamo la tivù o la radio e questo sentiamo dire».

Il tema della morte è dominante.

«Gli undici cadaveri sotto l’albero ghiacciato macchiato di sangue sembrano la somma degli incubi sulle tante morti in tutti i Paesi. Quell’albero è un’allegoria della morte, così come oggi lo sono pronto soccorso, terapie intensive, ospedali da campo. Sfogliamo il vocabolario dell’epidemia. Ma – lo ripeto – “XY” è anche un monito per quel che ci accade ogni sera davanti al telegiornale. Il messaggio vede dominante la parola morte, positivi, sintomatici, tamponi, mascherine, curve che accelerano o che decelerano, misure restrittive. Quasi non sentiamo più parlare d’altro, di moda, e neanche di incidenti stradali. Cronache a taglio unico. Ma è la cronaca dell’oggi, delle cose, dei fatti».

Lasciamo un attimo Borgo San Giuda e sbarchiamo in Sardegna: a che punto è il progetto del film con l’ammiraglio Salvatore Todaro che si aggira per il mare di La Maddalena di cui lei ha scritto la sceneggiatura?

«Il copione è finito nei minimi dettagli. Stiamo aspettando che vengano raccolti i denari necessari per realizzare il tutto. Tante le richieste, ma finora poche risposte, l’investimento non è di poco conto. Quando il film andrà sugli schermi, potremo vedere immagini del mare di Sardegna».



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