Gianni Tetti: «L’apocalisse a Sassari e la speranza finale»

“Mette pioggia” un racconto quasi profetico che potrebbe diventare un film «L’ho scritto 6 anni fa, non immaginavo che avremmo vissuto la stessa angoscia»

Una Sassari vuota e spettrale, coi cittadini terrorizzati e barricati in casa, attende che tutto torni alla normalità. La speranza, in questo caso, è l’arrivo della pioggia, un temporale che potrebbe salvare dall’abisso gli abitanti e forse anche l’umanità intera dopo una settimana da girone infernale.

“Mette pioggia” di Gianni Tetti, in edicola domani con La Nuova Sardegna, rivisto sei anni dopo in tempi di pandemia costringe a una rilettura diversa, dando un valore se non profetico almeno immaginifico a un libro che ha lanciato lo scrittore sassarese su un percorso che lo ha portato al successivo “Grande nudo”, libro arrivato fino alla candidatura per il Premio Strega. L’attualità impressionante di “Mette pioggia” è sicuramente evidente, tanto che «In pieno lockdown il mio editore mi ha telefonato e mi ha detto “Ti rendi conto che hai anticipato i tempi?» ride Gianni Tetti, che racconta poi la genesi della sua opera: «Quando l’ho scritta non stavo certo pensando a una visione del futuro, anzi, voleva essere qualcosa legato all’attualità di quegli anni. Nel senso che la moda dell’epoca era parlare di pandemie, disastri, città spettrali, uscivano film come “Contagion” con Matt Damon. Storie però sempre ambientate in grandi realtà e io a un certo punto ho cominciato a immaginarne una ambientata a Sassari, perché non è che per forza di cose deve succedere tutto solo a New York. Una storia come questa può tranquillamente accadere anche in Italia e anche in una città di provincia come Sassari. Sono partito da questo, da uno scenario apocalittico che però non avesse come sfondo i grattacieli e i personaggi di una realtà importante, conosciuta da tutti. E da lì ho cominciato a mettere la mia storia dentro le strade di Sassari».

Come si immaginava Sassari durante una pandemia?

«Il libro è la storia di una situazione particolare, coi personaggi che si muovono in diverse zone della città: l’agro, la periferia, il centro storico, il mercato e via Pascoli. È un libro che ha tenuto nel tempo e che è nato in un momento personale molto particolare, durante l’elaborazione di un lutto. Era venuta a mancare una mia cara amica ed ero molto arrabbiato, in quel periodo stavo scrivendo delle storie rielaborando fatti cronaca nera che andavo a cercare per riscriverli dando significati universali. Tra l’altro, facendo quel tipo di ricerca mi sono reso conto che la realtà supera di gran lunga la fantasia e mi ha fatto quasi sognare la fine del mondo, quel lutto per me era stata una grande ingiustizia. Scrivere “Mette pioggia” mi ha permesso di elaborare quel lutto perché, quando sono arrivato alla fine, mi sono accorto che non volevo più che il mondo finisse. E infatti il libro si conclude con un messaggio di speranza, la situazione resta difficile ma si intravede comunque un piccolo spiraglio di luce che fa presagire un nuovo inizio».

Dopo averla immaginata, ha anche vissuto una situazione di quel genere a Sassari: potrebbe raccontare anche questa?

«Onestamente non credo, anche se mi rendo conto che sarà difficile per tutti non parlarne, in particolare nel cinema. Penso che ne usciremo ma non sarà più come prima, per il resto “Mette pioggia” racconta molte delle situazioni che abbiamo vissuto la scorsa primavera e in qualche modo continuiamo a vivere. Ci sono momenti difficili e altri con un sottofondo comico, personaggi alle prese con situazioni particolari come il veneto Zanon, un uomo del Nord abituato al freddo e alla precisione che costretto a restare in Sardegna mal sopporta la nostra mentalità più rilassata e finisce per odiarci. In fondo è un romanzo corale, che racconta le cose da diversi punti di vista, con tanti personaggi chiusi in casa a soffrire il caldo, il vero protagonista».

Ha parlato di cinema: è un settore che in questo momento è una sua priorità visto che è impegnato proprio con un suo lavoro originale

«In realtà ho sempre portato avanti parallelamente l’attività di scrittore e quella di sceneggiatore, anche all’università ho studiato queste tecniche e fatto degli approfondimenti. Anche perché volevo prima di tutto imparare un mestiere e pensavo che comunque puoi arrivare a fare delle sceneggiature imparando delle tecniche, mentre scrivere libri è tutta un’altra cosa. Devo dire che tutta la mia carriera è andata in parallelo tra libri e cinema, pubblicavo libri e nello stesso periodo avevo collaborazioni cinematografiche, adesso la situazione è un po’ cambiata e ho dovuto fare delle scelte e dare delle priorità. In questo momento sto lavorando col regista Paolo Pisanu alle riprese del film tratto da “Tutti i cani muoiono soli”, sceneggiature con la quale ho vinto il Premio Solinas. Il film ha avuto anche un riconoscimento importante dal Miur e abbiamo cominciato in piena sicurezza quando l’ondata del virus sembrava affievolita; ora è diverso perché la situazione purtroppo è nuovamente peggiorata e c’è qualche difficoltà in più come potete immaginare ma stiamo comunque girando in sicurezza e sono soddisfatto, ho sensazioni e tensioni positive».

“Mette pioggia” potrà mai diventare un film?

«Resta un’opzione da non scartare e anzi ci siamo andati molto vicino: tempo fa abbiamo venduto i diritti di “Grande nudo” per un’eventuale serie tv ma “Mette pioggia” era stata la prima delle opzioni che avevo proposto. Alla fine non se ne è fatto niente ma non escludo di riprovarci, in fondo io scrivo per immagini. Nel senso che non voglio che il lettore si perda tra le parole e preferisco che leggendo associ mentalmente delle immagini. Penso che “Mette pioggia” potrebbe diventare un bel film, ma non è certo questo il momento di pensare a farlo, direi come minimo di aspettare la fine della pandemia».

“Grande nudo” è la sua ultima opera e risale al 2016: ha in cantiere un altro libro?

«Più che in cantiere è praticamente pronto. Adesso mi sto dedicando al cinema ma presto abbandonerò il set ritornerò alla scrittura a tempo pieno e completare un lavoro che va avanti da tempo. Il libro c’è, freme, è finito, sto facendo delle riletture che mi stanno portando a fare delle riscritture ma sono a buon punto con me stesso e questo è positivo perché il problema è fondamentalmente il mio grado di soddisfazione e in questo periodo fondamentalmente è buono. Ha rischiato di uscire già nel 2020, il 2021 potrebbe essere l’anno buono e sarà una bella storia, ambientata in una Sassari trasfigurata».



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